ALESSANDRO “GAMBO” GAMBAROTTO – ALZARE IL VOLUME
Jazz, elettronica e club culture: il responsabile della programmazione culturale del Main Stage di Firenze Jazz Festival, ci racconta la nuova edizione.
di redazione di WU
La decima edizione del Firenze Jazz Festival, in programma dal 5 al 13 settembre, segna un nuovo capitolo per il progetto, con l’apertura del Main Stage nel Giardino delle Scuderie Reali a Porta Romana, uno spazio concesso dalle Gallerie degli Uffizi e che accoglierà, dall’11 al 13 settembre, una programmazione capace di attraversare jazz, hip hop, reggae, elettronica e club culture. Da DJ Gruff ad Alborosie & Shengen Clan, passando per i Casino Royale e Pellegrino. E poi ancora Meraz, C’mon Tigre e Teho Teardo & Blixa Bargeld e la nostra amica Altea.
È proprio questa visione a guidare il lavoro di Alessandro “Gambo” Gambarotto, responsabile della programmazione culturale del Main Stage; in questa intervista, ci racconta le scelte artistiche della decima edizione, il dialogo tra generi e la sua idea di programmazione. E guarda anche al futuro della scena musicale fiorentina, tra nuove energie locali, luoghi da riconquistare e una musica capace di tornare a occupare lo spazio pubblico. musica, moda e design e della ricerca di un suono sempre più autentico.
Ciao Alessandro, e benvenuto su WU Magazine
Firenze Jazz Festival arriva alla decima edizione e inaugura il Main Stage nel Giardino delle Scuderie Reali. Cosa rappresenta l’ingresso in uno spazio così importante per la storia e il paesaggio di Firenze?
Significa “entrare” in città passando dalle sue porte principali, e iniziare un nuovo percorso con una delle più grandi istituzioni museali del mondo.
La bellezza di Firenze, i suoi parchi, i suoi palazzi, le sue vie: a noi il com pito di scegliere il giusto suono.Diciamo che con Porta Romana abbiamo suggellato il nostro legame con la città.
La programmazione unisce artisti da mondi diversi come Alborosie, DJ Gruff, Casino Royale, C’mon Tigre. Qual è il filo artistico che li unisce?
Direi la fruizione, facile, ma di grande stile e ricca di valore artistico. Abbandoniamo la via per perderci in una medina di suoni: sotto il grande cappello del jazz possiamo ripararci, aprendoci a suoni e culture diverse, ascolti differenti e fruizioni diverse, magari stando in piedi e ballando.
Il nome del Festival richiama il jazz, ma la programmazione si è aperta a elettronica, hip hop, reggae e club culture. Come è cambiata nel tempo l’idea di “jazz”?
Francesco Astore, il direttore artistico generale, cercava qualcuno e qualcosa che “speziasse” la già pantagruelica e multiforme offerta artistica del festival. Il jazz è come il rock e l’elettronica: sono macro-generi, sono attitudini, approcci. Possiamo sentire il reggae nel jazz come nella house music, nella sperimentazione radicale così come nel pop e, ovviamente, viceversa. Se ci limitassimo a proporre quello che gli ascoltatori meno audaci definiscono “jazz”, finiremmo segregati in un ristorante ad ascoltare “standard” scritti da compositori deceduti da decenni.
Il rapporto con la città è un tratto distintivo del Firenze Jazz Festival . Quanto l’identità delle diverse location influenza la programmazione?
Una volta si parlava di sound design, forse è ancora presto, ma uno dei miei obiettivi è dare un suono che possa accompagnare gli spazi che ci ospitano. Prima, però, dobbiamo “formare” il pubblico, dobbiamo creare una solida fan base che si fidi delle nostre proposte, poi penseremo a narrare la città con la musica.
La tua esperienza nasce dalla club culture e attraversa jazz, vinile, rave e la direzione artistica di festival come Jazz Is Dead!. Quanto la tua formazione personale entra nelle scelte artistiche che fai oggi per FJF?
Sono stato chiamato proprio per il mio background. Io vivo con i suoni che mi hanno formato e la mia formazione si amplia ogni giorno che compro un nuovo disco, ascolto un concerto o un dj set.
Vivo nella musica da trent’anni, mi piace condividere il mio mondo attraverso gli eventi che curo e organizzo.
Domanda da selector e non da direttore artistico. Ci dici tre brani di tre artisti a Firenze Jazz Festival che metteresti in un tuo dj-set?
Qui si gioca facile. Partiamo dal mio caro amico DJ Gruff: metterei Sucker Per Sempre. Testo tagliente, senza peli sulla lingua, il coro è fantastico, la base scura, quasi doom, con gli archi super creepy alla Cypress Hill. Mi piace essere spigoloso e quel pezzo è proprio scomodo.
Qualcosa dei Casino Royale: l’album Sempre Più Vicini è un disco incredibile, è stato uno spartiacque nel 1995. Sceglierei Ogni Singolo Giorno. Secondo me entra benissimo dopo il pezzo di Gruff: trip hop jazzy, il coro di Giuliano Palma, le strofe di Alioscia, il tutto sotto un velo scuro che tiene la tensione. E poi, sicuramente non dancy ma di dovere – e comunque potenzialmente mixabile – sceglierei Mi Scusi di Teho e Blixa: un’autodichiarazione ironica da parte di Blixa, scherzosa e austera. Gli manca solo il beat per poterlo mixare con gli altri pezzi selezionati.
Dopo dieci edizioni, qual è secondo te la direzione che il Firenze Jazz Festival deve prendere nei prossimi anni e quale ruolo può avere nella scena culturale e musicale di Firenze?
Dopo la chiusura del Decibel Festival – sono molto sconcertato e preoccupato per questo annullamento – credo che Firenze debba farsi forza e ripartire dal basso, con una scena locale che parta dal sottosuolo e contagi le mura e i palazzi. I fiorentini dovrebbero riprendersi la città. La musica può essere un collante, un pretesto, la voce. Serve alzare il volume.
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