CULT OF MAGIC – IN PIENO FERMENTO
Samira Cogliandro, Giada Vailati, Francesco Sacco e Luca Pasquino hanno dato vita a uno dei case study più interessanti della nuova scena italiana: incontriamo i quattro componenti del progetto Milan-based che sta facendo parlare parecchio di sé
di Matteo Torterolo
Un collettivo formato da due coreografe-danzatrici e due musicisti-autori, con un’età compresa tra i 30 e i 34 anni e quattro percorsi molto diversi tra loro: nato a Milano nel 2017, Cult of Magic si è imposto negli ultimi anni anche all’attenzione dei più distratti per la capacità − rara, rarissima − di muoversi con disinvoltura attraverso spazi, linguaggi e contesti differenti, mantenendo la propria credibilità e arrivando ad unire efficacemente performance, musica e danza contemporanea. Ci facciamo due chiacchiere seduti ai tavoli del Brutto Anatroccolo, nel cuore del Ticinese, in una sera di pioggia.
L’approccio di Cult of Magic è trasversale per definizione, a cavallo tra musica, performance, danza. Ma esistono dei punti di riferimento per voi?
Beh, ci sono artisti che hanno formato il nostro modo di concepire il lavoro sul corpo, sulla scena e il gusto in generale: nella coreografia e nel teatro Marie Chouinard, Jan Fabre, Romeo Castellucci, Alessandro Sciarroni, ma anche l’arte visiva è una nostra ispirazione primaria, come ovviamente la musica, anche perché può dar vita a una forma alta di intrattenimento. Si tratta comunque di riferimenti personali, come collettivo non abbiamo modelli perché significherebbe costringere il nostro percorso e la nostra visione in determinati binari, ed è una cosa che in assoluto vogliamo evitare.
A partire dagli anni Settanta le avanguardie hanno cominciato a trovare stretto il palcoscenico, ma negli ultimi anni sono stati in molti a ritornare nella sala teatrale classica. Voi lavorate da sempre nei luoghi più disparati, ma che rapporto avete con il teatro in quanto spazio e istituzione?
Abbiamo un rapporto che potremmo definire ambivalente: abbiamo cominciato a lavorare fuori dalla sala teatrale perché al “sistema teatro” non interessavamo, e a noi non andava di conformarci alle logiche non scritte che lo governano. Ancora oggi ci stupiamo di certi meccanismi clientelari che molti dei nostri colleghi hanno finito per trovare normali, e che normali non sono. Anche per questo abbiamo capito in fretta che ci sarebbe piaciuto esplorare spazi e formati nella più totale libertà. D’altra parte oggi, con il nostro ultimo progetto Fear of the Dark, abbiamo voluto confrontarci con la produzione in senso classico, con quei meccanismi che da sempre governano l’arte teatrale. Resta poi vero che, in fondo, ogni esigenza creativa determina una trasposizione scenica e un dispositivo, e c’è un luogo − e un pubblico − adatto per ogni cosa.

Un momento della performance site specific dei Cult of Magic al MART
All’estero un progetto come il vostro potrebbe avere vita più semplice. Avete mai pensato, in questi anni, di scappare dall’Italia?
Onestamente no. Per essere precisi, aprire un dialogo con l’estero ci piacerebbe, ma noi vogliamo stare qui. Forse un po’ è pigrizia, ma sicuramente c’è, passaci il termine, la cazzutaggine a guidarci, la determinazione nel voler creare una situazione a Milano, Italia. Siamo consapevoli di vivere in un Paese dove l’arte, in generale, non ha il peso che ha altrove, ma siamo anche convinti che sia ora di uscire dall’ottica del sussidio: non è detto che se fai arte tu abbia diritto a essere sostenuto dallo Stato. Sarebbe bello se nel nostro settore si cominciasse a ragionare anche un po’ con ottica commerciale, magari evitando, per esempio, di storcere il naso se si osa contaminare la purezza della propria disciplina aprendosi alla collaborazione con un brand.
Quindi pensate che in qualche modo ci sia una prospettiva di futuro qui?
Sì. È tosta, ma abbiamo deciso che ci vogliamo provare, consci che per tanti versi si tratta di un investimento totale: non puoi permetterti di fare altro, almeno per un po’ di tempo, se vuoi farcela. Ma qui siamo tutti “giovani artisti”, almeno fino ai 45 anni (ridono, NdR).

I Cult of Magic durante ‘Guerrilla’
Su quali progetti vi vedremo all’opera nel 2026?
Abbiamo appena chiuso la versione finale di Fear of the Dark, che è partita come un solo e ora è una performance a tre. Debutterà a settembre a Danzaestate e avrà sicuramente un’anteprima in primavera. Poi c’è il progetto con il MART di Rovereto, che nasce da un bando, lanciato in collaborazione con Oriente Occidente, che chiedeva di ripensare lo spazio della collezione permanente con interventi performativi. Dallo scorso ottobre abbiamo iniziato a sviluppare attraverso alcuni studi live un dialogo tra performer e opere esposte, per poi creare una audioguida sonora folle, composta da noi e letta da Pierpaolo Capovilla, che sarà alla base di un lavoro più complesso che presenteremo anche qui a settembre al festival. Senza dimenticare Guerrilla Gig, format che nasce da una collaborazione con Mare Culturale Urbano e con il suo direttore artistico Andrea Capaldi, che ci ha dato uno spazio dove lavorare, uno dei beni più preziosi per un collettivo come il nostro. In cambio MCU ci ha chiesto di invitare, ogni mese fino a giugno 2026, un artista a passare una giornata di residenza creativa insieme a noi. Scopo di queste residenze è presentare in un secondo momento − in maniera totalmente libera − l’esito dell’incontro al pubblico nei suoi spazi di via Cenni a Milano. Insomma, siamo in pieno fermento.
Nella foto in alto: Cult of Magic
Intervista pubblicata su WU 135
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