LEATHERETTE – RITMO LENTO
La band italiana torna con un nuovo lavoro, un album psichedelico e riflessivo nato da una necessaria pausa e coincisa con un rinnovamento creativo. E il 2026 vedrà il loro ritorno sui palchi
di Dario Buzzacchi
Ritmo Lento, uscito lo scorso 28 novembre per Bronson Recordings/Universal Music Italia, è il terzo album dei Leatherette ed è il disco con il quale il quintetto bolognese inaugura un nuovo capitolo della sua ricerca musicale. Ritmo Lento è un lavoro che nasce da una pausa necessaria, da
un rallentamento voluto per rimettere al centro la scrittura, l’ascolto e l’urgenza creativa. E il risultato è un disco che consolida la maturità, la complessità e la visione creativa della band italiana. A questo ritorno discografico, si affianca un percorso live: i Leatherette partiranno nel 2026 con un nuovo tour che prenderà il via il 6 febbraio a Pescara (Scumm), per poi proseguire il giorno dopo a Terlizzi (MAT Laboratorio Urbano), il 18 a Milano (Arci Bellezza), il 19 a Torino (Magazzino sul Po), il 20 a Piacenza (Musici per Caso), il 13 marzo a Viareggio (GOB) e il 14 a Colle Val d’Elsa (Sonar). In attesa di ascoltarli dal vivo in giro per l’Italia, questo è quello che ci hanno raccontato.
Ritmo Lento nasce da un rallentamento, da una sospensione dopo anni di tour. Qual è stata la scintilla che vi ha fatto capire che era arrivato il momento di fermarvi e ascoltarvi davvero?
In realtà, più che una scintilla, c’era da tempo la consapevolezza che ci sarebbe servita una pausa prima o poi. Anzi, forse abbiamo resistito più del necessario con la tour life di Fiesta e Small Talk. Da una parte stavamo sfiorando l’esaurimento nervoso, e dall’altra avevamo un desiderio artistico di rinnovamento che, a quel punto, era possibile solo staccando un attimo dal suonare.
C’è un pezzo di questo nuovo disco in cui pensate di esservi messi particolarmente alla prova?
Intendo sia dal punto di vista prettamente musicale, magari per via di scelte complesse o per voi inusuali, sia su un piano più personale ed emotivo. Forse New Bay, soprattutto musicalmente, perché è molto dilatata e astratta, e noi siamo abituati a essere più inquadrati in qualche modo. Emotivamente, tutto il disco è stato una bella sfida. Perché da un lato abbiamo cercato una libertà che in precedenza non sentivamo di esserci concessi totalmente, ma dall’altro volevamo anche un disco più ragionato e maturo, se vogliamo. Eravamo carichi e ispirati, ma anche pieni di dubbi e preoccupazioni…
Come avete costruito l’immaginario di Ritmo Lento, soprattutto dal punto di vista non musicale? Da che film, libri, luoghi e anche vostre conversazioni vi siete fatti inspirare?
Veramente di tutto. In primis le nostre vite, insieme e separate, l’età adulta e tutti i suoi problemi. Poi sicuramente ci siamo rifatti ad atmosfere più astratte: se Fiesta era carnale e Small Talk post-ironico, Ritmo Lento è quasi psichedelico. David Lynch, Francis Bacon, i Rorschach, i sogni, l’inconscio, le coincidenze. Le cose che si muovono altrove. Forse abbiamo bisogno sempre più di evadere la realtà.
In Magic Things dite: «Everybody thinks I’m fake». C’è qualcosa, nel vostro modo di essere o di creare, che viene spesso frainteso dagli altri?
Parliamo della sindrome dell’impostore di chi fa musica, o più in generale arte. Sai quando la gente ti dice: «Bella la musica, ma cosa vuoi fare da grande?». La cosa brutta è che poi inizi a chiedertelo anche tu, ogni tanto… Magic Things è in realtà un pezzo ironico e provocatorio sulla difficoltà economica che viviamo noi musicisti. Non l’abbiamo scritto tanto per fare polemiche, ma sono riflessioni che, anche non volendo, riguardano quello che siamo e facciamo. Ci piaceva l’idea di esorcizzarle attraverso il buon vecchio e maledetto rock’n’roll.
Avete suonato in contesti diversissimi: festival enormi, club intimi, showcase. Dove sentite che Ritmo Lento vivrà meglio?
In realtà uno può farsi tutti i piani del mondo, ma tanto abbiamo capito che poi è tutto imprevedibile. Quindi ci viene da pensare che il disco vivrà bene ovunque ci siano un buon impianto e un buon pubblico! Anzi, ci gasa l’idea che possa cambiare forma in base al contesto: forse è l’aspetto più affascinante della musica live.
In che modo il tour precedente ha influenzato la scrittura di questo album, anche in termini di stanchezza, desideri o frustrazioni?
Parecchio, soprattutto per quello che dici tu: la stanchezza, il desiderio di riprendere un attimo il respiro e capire cosa stiamo facendo e cosa vogliamo fare, personalmente e come band. Però, d’altro canto, suonare così tanto in giro ci ha formati tanto. Abbiamo ormai una naturalezza nel suonare insieme che solo l’esperienza ti dà. Suona molto boomer come cosa, ma veramente sentiamo che − al di là di aspetti tecnici sempre migliorabili ma anche un po’ inutili − abbiamo imparato a conoscerci, ascoltarci e tollerarci anche nei momenti più difficili, e questo disco è un po’ un riflesso di questo percorso.
Dopo due tour e tre dischi, c’è qualcosa dei Leatherette che vorreste fosse colto diversamente dal pubblico? Qualcosa che all’inizio era rimasta sullo sfondo, che era meno chiara e definita, ma che oggi, invece, lo è di più.
Speriamo si capisca che quello che facciamo è sincero, spontaneo e umano. Magari dall’esterno ogni tanto possiamo sembrare un po’ troppo freddi, ma siamo semplicemente timidi. Comunque, qualsiasi cosa va bene. Ci fa piacere, chiaramente, quando i dischi e i live vengono accolti bene: non tanto per l’ego boost, ma perché significa che quello che facciamo acquista un senso e si trasforma fuori da noi. Alla fine, noi cerchiamo semplicemente di fare quello che ci piace.
Nella foto in alto: Leatherette, foto di Ilaria Ieie
Intervista pubblicata su WU 135
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