SANTAMAREA – ANIME STORTE
L’album d’esordio della band di Carini parla di come accogliere la metamorfosi e, già da un primo ascolto, rivela una nuova consapevolezza sonora. Ora arriva la prova dei live nei club italiani, tappe iniziali di un anno che potrebbe portarli lontano
di Enrico S. Benincasa
Il 30 gennaio scorso è uscito Anime storte, il primo atteso disco dei Santamarea. Stella, Michele, Francesco e Noemi si sono chiusi in studio nella loro Palermo, insieme a Roberto Cammarata, e hanno messo a fuoco quello che volevano raccontare con i testi e con la musica. Non è stato semplice e nemmeno un percorso netto, ma alla fine, chiacchierando con Stella, si capisce che Anime storte rappresenta bene quello che volevano comunicare. Marzo li vedrà impegnati sul palco nei club italiani: la prima data sarà a Messina il 12 marzo, la chiusura il 27 a Milano allo Spazio Teatro 89.
L’ultima volta che vi abbiamo intervistato era settembre 2024 ed eravate in procinto di suonare per RomaEuropa. Già in quell’occasione parlavate del vostro primo disco…
Quella di RomaEuropa è stata l’ultima data prima di chiuderci in studio per registrare il disco e dare una direzione narrativa diversa alla nostra musica. Abbiamo scritto canzoni nuove, altre le abbiamo stravolte, quasi distrutte, con l’unico fine di dare un forte flusso narrativo all’album. Le canzoni si uniscono una dopo l’altra nella tracklist, decisa dopo tante prove. È un racconto fatto di diversi momenti, da quelli più descrittivi a quelli più fragili.
Con quest’ottica di lavoro avete dovuto lasciare fuori tanti brani?
Ci sono brani che sono rimasti fuori, ma solo perché ci davano la sensazione di portarci da un’altra parte. Abbiamo preferito avere meno canzoni, ma più funzionali al nostro racconto. Ma potrebbero tornare utili per un futuro disco.
Quanto è durata la lavorazione di Anime storte?
La prima versione del disco era pronta ad aprile, ma dopo vari ascolti non ci convinceva del tutto. Quindi abbiamo rimesso mano ai brani fino a quest’estate, quando l’abbiamo effettivamente chiuso.
È stato frustrante?
Lo è stato in parte rendersi conto che, dopo mesi di lavoro, non avevamo raggiunto quello che ci eravamo prefissati. In quel momento non eravamo con l’acqua alla gola, anzi, avevamo tempo per poterci ancora lavorare. E questa “seconda occasione” è stata quasi magica perché abbiamo dato il meglio di noi, attingendo a risorse creative che non pensavamo di avere. Volevamo trovare un sound e una poetica nostra e abbiamo capito, grazie a questa esperienza, che è complesso rendersi riconoscibili musicalmente parlando.
Quale brano vi ha fatto soffrire più degli altri?
La title track, non riuscivamo a trovare una chiave giusta. Ci sembrava suonata e cantata in maniera troppo “lamentosa”, non veniva fuori il concetto che essere “storti” non è a prescindere un problema, ma una cosa da accogliere. Lo abbiamo alleggerito e per comunicare questa cosa con più fierezza e consapevolezza.
Immagino che, in campo musicale e artistico, tu abbia conosciuto tante anime storte…
Sì, e l’ispirazione mi è venuta anche grazie all’incontro con artiste come Emma Nolde, Lamante, Anna Castiglia, giusto per citarne alcune, tutte persone che ho conosciuto grazie a Musicultura e che mi hanno spinto a uscire dal mio guscio, a provarci.
Anime storte è un disco che, a cominciare dai suoni, ha un respiro internazionale…
La musica internazionale è quella che ascoltiamo, alla fine anche in Sicilia abbiamo internet (ride, NdR). Ci piacciono la scena irlandese e inglese, dai Last Dinner Party ai Fontaines DC, giusto per citarne due. Prendiamo qualcosa da questi mondi e li mischiamo con la mia scrittura, che forse è più cantautorale, più poetica. Questa fusione ha dato vita alle nostre sonorità attuali.
Avete registrato il disco a Palermo. Che rapporto hai con la città?
All’inizio è stata la città da esplorare, quella delle novità. L’anno scorso è stata casa, perché ci abbiamo passato tanto tempo per registrare il disco insieme a Roberto Cammarata, il nostro produttore. È una città che ha il mare, ma vicino ci sono anche le montagne. È un posto che ti consente di lavorare e anche di staccare. Adesso però ci piacerebbe esplorare, uscire dai nostri confini e, perché no, anche vivere altrove, perché stare sempre nello stesso posto, per chi crea, può essere straniante.
La cover realizzata da Manuela Di Pisa si ispira al mito di Dafne. Com’è nata l’idea?
È stata una proposta di Manuela, dopo vari ascolti dell’album. Dico sempre che lei ha “il terzo occhio”, mi fido ciecamente del suo gusto. Tutti abbiamo convenuto che questa immagine di Dafne avesse senso. È una storia un po’ tragica, ma con le immagini abbiamo voluto un po’ alleggerirla, in linea con l’idea di metamorfosi positiva che abbiamo.
A marzo avete diverse date in programma. Come vi state preparando?Stiamo provando da mesi, andiamo avanti come dei treni perché vogliamo puntare tanto sulla dimensione live. Ora faremo delle date nei club e con noi ci sarà un quinto musicista, che si occuperà delle parti di tastiere e synth, che sul disco sono state suonate da Michele, il batterista. L’obiettivo, però, è di suonare il più possibile, anche durante l’estate.
Il tour dei Santamarea a marzo:
12 – Retronouveau – Messina
13 – I Candelai – Palermo
22 – Officine Cantelmo – Lecce (SEI Festival)
24 – Locomotiv Club – Bologna
25 – Monk – Roma
26 – Spazio211 – Torino
27 – Spazio Teatro 89 – Milano
Nella foto in alto: i Santamarea
Intervista pubblicata su WU 136
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