BIRTHH – SENZA FIATO
L’artista toscana ci racconta la svolta in italiano di Senza Fiato, un disco nato tra freestyle, classici della canzone d’autore e notti newyorkesi, e del tour partito dal concerto del primo maggio che attraverserà tutta l’estate dei festival
di Dario Buzzacchi
Toscana di nascita, brooklyniana d’adozione da sei anni, Birthh ha costruito la sua carriera su tre album in inglese apprezzati dalla critica internazionale, per poi compiere una svolta radicale: Senza Fiato, uscito il 24 aprile per Carosello Records, è il suo primo disco interamente in italiano. Co-prodotto con Chef P, il progetto mescola cantautorato italiano, alternative pop e influenze urban che respirano l’aria di Brooklyn. In seguito all’uscita dell’album, dopo i passaggi al Mi Ami di Milano e allo Spring Attitude Festival di Roma, il Senza Fiato Tour entrerà nel vivo dell’estate con una lunga serie di date nei festival italiani. Dal calabrese Be Alternative nella Riserva FAI dei Giganti della Sila al Mengo di Arezzo, passando per Viva! Festival in Puglia e il piemontese ’L Roc, il tour attraverserà tutta la penisola portando dal vivo l’universo sonoro di questo nuovo lavoro.
Hai scelto di cantare in italiano per la prima volta. Come è nata questa decisione?
È stato un percorso piuttosto insolito. Mi sono trasferita a New York sei anni fa e sono sempre stata molto esterofila a livello di ascolti. Paradossalmente, è stato proprio dopo il trasferimento che ho iniziato ad ascoltare tantissima musica italiana − principalmente i classici, da Gino Paoli a Mina e Lucio Battisti − per poi ampliare l’ascolto anche ad artisti contemporanei. Sono una grande fan di Frah Quintale, e credo che questa influenza si senta anche in alcuni brani. Da ascoltatrice, inevitabilmente, qualcosa cambia. Io scrivo in freestyle, lascio fluire un flusso di coscienza quando lavoro alle topline e, in modo molto naturale, ho iniziato a sentire l’esigenza di inserire la lingua italiana nelle cose che facevo. Ho scritto Senza Fiato senza sapere che sarebbe diventata la track title del disco, né tantomeno che ci sarebbe stato un disco. Una delle cose che mi ha emozionata di più è stata mandarla a mia madre, che non parla inglese e non doverle spiegare il significato della canzone: il fatto che potesse assorbirla in un modo diverso è qualcosa che mi è rimasto dentro.
Total Black è nata in un club di Brooklyn. Quanto conta lo spazio fisico nell’ispirazione?
Contano molto sia lo spazio fisico, sia lo spazio emotivo: il mondo esterno e quello interno, ma anche il modo in cui entrano in relazione tra loro. Un disco così, per me, racchiude davvero gli ultimi tre anni della mia vita. C’è sempre la vita, in generale: il rapporto fra ciò che abbiamo intorno e il modo in cui ci fa sentire. Penso che dentro questo disco ci sia molta New York, anche a livello sonoro. È un qualcosa che è arrivato in modo molto spontaneo, avendo assorbito il luogo e la sua energia.
In Jumanji emerge una tensione tra critica al capitalismo e attrazione per il lato materiale. Come vivi questa contraddizione?
È una contraddizione molto umana. Si può odiare un sistema che sta facendo molto male a tanti per favorire pochissime persone e, allo stesso tempo, rendersi conto che, oggi, per mangiare, avere un tetto sopra la testa o una doccia calda, rientriamo tutti in questo gioco. Dobbiamo giocare tutti, chi con il poker d’assi in mano e chi senza niente. La vivo forse con stoicismo, perché al momento non sto trovando altre soluzioni. Mi piacerebbe tantissimo essere una di quelle persone che dicono: “Vado a vivere nella foresta”, ma poi, in fondo, non si può vivere davvero fuori da tutto. Dal momento in cui facciamo parte di una determinata struttura sociale, bisogna starci dentro. Non penso sia necessariamente colpa dell’individuo se viviamo in un mondo così individualista, spietato e basato sulla mera fortuna. Però credo anche che sia un grande privilegio arrivare a questo tipo di consapevolezza, avere il tempo e lo spazio mentale che la vita da artista, a volte, può concederti. Ieri mia madre mi ha scritto un messaggio: aveva iniziato a lavorare alle sette del mattino e a mezzanotte aveva appena staccato. Non ha il tempo di pensare a queste cose.
Perché hai tenuto Più in alto − in uscita il 12 giugno − fuori dal disco inizialmente?
La prima ragione è che Più in alto è un brano estremamente estivo, e sentivo che dovesse uscire proprio in questa stagione, mentre beviamo l’Estathé al limone. Poi c’è anche un discorso meno poetico: oggi, quando esce un disco, la sua vita è brevissima. Ho passato tre anni a scriverlo e, dopo una settimana dall’uscita, c’è già chi su Instagram chiede: “Quando esce nuova musica?”. Penso che pubblicare senza tenere conto del modo in cui oggi le persone assorbono la musica sia un disservizio per la musica stessa, per chi ascolta e anche per me come artista. Se avessi fatto uscire subito Più in alto, avrei dovuto o lasciarla senza il suo spotlight − e secondo me è un brano che lo merita − oppure sacrificare Bene, che invece è un’apertura molto forte, con un messaggio chiaro a cui tengo particolarmente.
Quale traccia useresti come biglietto da visita del progetto?
È una domanda difficile, perché è un disco molto variegato. Di solito cerco di capire chi ho davanti: se percepisco una persona a cui piace l’hip hop, allora mi butterei su Jumanji o Total Black. In generale, però, il brano che ho fatto ascoltare più spesso come biglietto da visita è stato Più in alto.
Come hai scelto i musicisti per il tour, dopo l’open call?
Il livello tecnico dei partecipanti è stato altissimo. Mio padre mi ha dato un consiglio: «So che stai guardando i video e ci saranno tante persone brave. Scegli chi si diverte a suonare quei brani, e che crede davvero in quello che raccontano». Così sono andata molto di pancia. La risposta di Pizza, appena gli ho mandato il disco, mi ha fatto capire che fosse la persona giusta. Con Marco Pucci ci conoscevamo già: trovarsi in sala prove ed è stato bello tanto quanto uscire insieme a bere qualcosa. Martina, invece, l’ho fatta venire in studio senza che avesse mai sentito Più in alto: l’ha imparata subito e ci siamo trovate istantaneamente.
Il tour è già partito. Cosa ti aspetti?
Dopo il Primo Maggio a Roma con la full band, ho fatto qualche data in acustico in duo con Marco. Il vero tour comincia ora: mi aspetto di divertirmi, e anche se spero che le sonorità del disco vengano mantenute, sarà una cosa più suonata − e spero ballata e cantata, insieme alle persone sotto il palco.
Nella foto in alto: Birthh, foto di Jeff Harris
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