CASTRATION MOVIE ANTHOLOGY AL SICILIA QUEER FESTIVAL
Alla 16esima edizione del Sicilia Queer, l’antologia Castration Movie di Louise Weard ha a vuto la sua première europea a Palermo
di Davide Colli
Circumnavigando la conversazione su questo unicum cinematografico, va dato prima di tutto il merito al Sicilia Queer Film Festival di aver compreso la natura dell’operazione Castration Movie di Louise Weard, non limitandosi “semplicemente” a intercettarla prima di altri competitor.
Difatti, a un’opera dalle dimensioni monstre (i capitoli al momento disponibili integralmente superano ciascuno le quattro ore) come Castration Movie non poteva che essere destinato uno spazio altro (denominato Castration Area), ibrido tra sala cinematografica e stanza museale, prendendo le modalità fruitive di entrambi i contesti. A questa fluviale visione lo spettatore può infatti adottare un approccio più casuale, consumando questa maratona cinefila “a spizzichi e bocconi”, oppure, scenario più frequente, rimanere assorbito dal flusso di immagini.
Castration Movie, difatti, è prima di tutto un racconto dal respiro epico, che impara dallo slow cinema di Lav Diaz e Jacques Rivette la lezione sull’enfasi su ogni singola azione e avvenimento attraverso il dilungarsi estremo della sua durata. Questa narrazione, che di fatto eredita le caratteristiche formali del blockbuster di altri tempi (basti pensare all’intermission compresa nel minutaggio dei film), assume però un doppio senso di universalità alla quale, ad esempio, un peplum anni Cinquanta non riesce ad accedere.
Prima di tutto perché si fa cartina tornasole di un’universo immaginifico inedito, ovvero quello transgender al di fuori dei codici rappresentativi stereotipati del cinema mainstream; identità che assume sia nella realtà umana indagata (squarci, tra il crudelmente neorealistico e il febbricitante delirio, sulla vita di donne transgender), che nei canoni visivi coi quali opera l’indagine (la torbida freddezza di una handycam digitale). In secundis per il talento di Louise Weard di rendere un’immaginario così specifico, e quindi destinato a una nicchia sulla carta, una dimensione, appunto, universale, che riesce a ottenere concedendo ai corpi trans la finestra temporale necessaria per renderli umani anche agli occhi del pubblico più occasionale.
Ai personaggi che popolano lo schermo durante gli episodi di Castration Movie viene data la possibilità di uscire da un ruolo preimpostato, di essere respingenti quanto accoglienti e, per questo motivo, anche oggetto di immedesimazione collettiva. Proprio in questo senso di comunità, nel susseguirsi delle immagini proiettate e al di fuori di esse, che l’opera di Louise Weard trae la sua forza maggiore: un lavoro nato in nome della condivisione, da un movimento di creativi disseminati per il mondo che agisce spinto da un’esigenza di rinnovamento (e divertimento), che dà vita a un’esperienza condivisa e totalizzante, che restituisce appieno questo spirito.
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