ACID ARAB – RESONANCE
Quattro album, zero confini. La band parigina racconta Resonance − e tutto ciò che ci hanno messo dentro − prima di salire sul palco di Jazz:Re:Found, dal 27 al 30 agosto tra vigne e colline del Monferrato
di Dario Buzzacchi
Nato a Parigi ma costruito su un’idea di musica che non conosce nessun confine, il collettivo franco- algerino torna il 19 giugno con Resonance, 16 tracce pubblicate su All Night Long che confermano la loro vocazione più profonda: mescolare elettronica e sonorità del mondo arabo fino a renderli un connubio inseparabile. Collaboratori d’eccezione come Ghita Lahmamassi, Sofiane Saidi, Yasmine Hamdan e Wael Alkak abitano questo nuovo disco, che suona più caldo, più orientato al dancefloor, ma sempre fedele a quell’umanesimo sonoro che ha reso Acid Arab uno dei progetti più originali della scena europea. Li abbiamo incontrati per parlare di come nasce un album, di cosa significa ascoltare oggi, e di perché certi luoghi − piccoli, fuori mappa, inaspettati − restano impressi più di qualsiasi grande palco. A tal proposito, gli Acid Arab saranno ospiti della 18esima edizione di Jazz:Re:Found quest’estate, in programma dal 27 al 30 agosto tra le colline del Monferrato.
Partiamo dal vostro album, in uscita il prossimo 19 giugno. Come è nato Resonance? C’è stato un momento preciso, una sensazione particolare, all’origine dell’album?
Abbiamo capito che era il momento giusto quando abbiamo iniziato a percepire il nostro ultimo album lontano da noi. I nostri dischi precedenti sono usciti con una cadenza di tre anni, quindi ci è sembrato naturale seguire questo ritmo anche in questa occasione. Avevamo anche bisogno di tempo, per lasciare che alcune nuove influenze elettroniche fluissero nella nostra musica.
In cosa si distingue Resonance dai vostri lavori precedenti?
In superficie, non si distingue: è il nostro solito approccio, creare tracce elettroniche con il contributo di cantanti e musicisti provenienti da Algeria, Marocco, Turchia, Emirati Arabi Uniti. O anche dalla Francia. Ma, se si guarda sotto la superficie, ci si accorge che qualcosa è cambiato e si è evoluto: il nostro suono ora è molto più caldo, e molte tracce del progetto sono orientate al dancefloor.
Il secondo singolo estratto dell’album, Yasmine Alsham vede la partecipazione di Wael Alkak. Come è nata questa collaborazione?
In realtà conosciamo Wael da moltissimo tempo − è l’amico di un amico. Quando nel 2015 abbiamo pensato di costruire uno show dal vivo, è stato il primo nome che ci è venuto in mente per il ruolo di tastierista. Alla fine abbiamo scelto Kenzi, il cui legame con la scena raï era per noi prezioso, e lui è diventato un membro fisso della band. Ma siamo rimasti in contatto con Wael tutti questi anni, e l’abbiamo invitato a suonare ai nostri party. Quattro anni fa è venuta l’idea di coinvolgerlo in una canzone insieme, e da lì è nata Ya Mahla. Quella canzone e quella collabora- zione ci hanno convinto a richiamarlo per il nuovo album. Ha scritto un testo sul suo paese, la Siria, e l’ha cantato con tutto il suo cuore.
Avete lavorato con tantissimi artisti e voci per questo progetto. Quali sono stati i criteri per scegliere le collaborazioni dell’album?
Se una voce ci colpisce, ci emoziona: procediamo!
Come immaginate che questi nuovi brani si tradurranno nei vostri live?
Non lo sappiamo ancora, ma il nuovo show avrà senza dubbio delle vibrazioni molto da dancefloor. Una delle idee che stiamo valutando è quella dei mashup tra varie tracce, perché ormai abbiamo così tante canzoni che diventa difficile decidere quali portare sul palco e quali lasciare fuori.
Avete la sensazione che il pubblico ascolti questa musica in modo diverso rispetto a quando il progetto Acid Arab è nato?
È una domanda insidiosa. Ascoltare sarà sempre ascoltare. Ci sono persone che dedicano alla musica tempo e attenzione profondi; altre cercano semplicemente un momento di leggerezza. La differenza, oggi, sta nel modo in cui si scopre la musica e in come ci si connette agli artisti. Ti sentono su una playlist, in un video, magari hanno shazammato una tua canzone. Ci dicono che il pubblico di adesso non vuole tracce lunghe, vuole brani brevi ed efficaci. Ma è davvero così? Il gusto è cambiato davvero? O è tutta una storia di marketing per costringere artisti e ascoltatori ad adattare le proprie abitudini ai formati che fanno maggiormente comodo alle varie piattaforme?
Jazz:Re:Found si svolge nel cuore delle colline e dei vigneti del Monferrato. Quando si è sempre in tour, è bello esibirsi in certi luoghi fuori dai circuiti abituali?
Sì, senza dubbio. Nei piccoli festival abbiamo incontrato le persone più straordinarie, mentre quelli grandi, alla fin fine, finiscono per assomigliarsi tutti.
C’è qualche artista della line up di Jazz:Re:Found con cui vi piacerebbe collaborare?
Certo, ci piacerebbe registrare una canzone con La Niña e Sofiane Saidi. Ne abbiamo anche parlato… Ma per ora non è ancora successo!
Nella foto in alto: gli Acid Arab, foto di Julien Mignot
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