L’OFFICINA DELLA CAMOMILLA – DA MADCHESTER A MILANO
Il 29 aprile all’Alcatraz la band di Francesco De Leo torna a suonare dal vivo con uno show che si preannuncia decisamente speciale: nuova musica, ospiti e una formazione rinnovata per inaugurare un nuovo capitolo del suo percorso musicale
di Enrico S. Benincasa
Manca poco al ritorno de L’Officina della Camomilla sul palco. Francesco De Leo e il sempre presente Stefano Poletti (insieme a Roberto Redondi, Giacomo Ganzerli e Luca Mezzadra) hanno annunciato mesi fa l’evento, che i fan della band milanese – vecchi e nuovi – hanno accolto con entusiasmo. Dreamcore, il disco pubblicato nel 2024 dopo una lunga assenza, ha riacceso l’entusiasmo, che da poco abbiamo visto “incanalato” in Madchester, singolo pubblicato circa un mese fa e con la partecipazione di Francesco Mandelli. La sensazione – anche se non ne vogliono parlare troppo – è che un nuovo capitolo della loro storia stia iniziando, e che lo farà proprio dal palco dell’Alcatraz.
Iniziamo dal concerto del 29 aprile. Lo scorso dicembre avete annunciato la data dell’Alcatraz parlando di evento “unico e irripetibile”, con nuova musica e tante sorprese: cosa lo renderà davvero diverso dai vostri live precedenti?
È il primo concerto a Milano, la nostra città, dopo tanto tempo. Siamo particolarmente emozionati per questa data che sancisce un nuovo percorso per noi. Abbiamo molte novità, a partire dalla formazione che vede l’aggiunta del nostro fonico Lumez al basso. Il palco avrà una scenografia inedita e la scaletta includerà canzoni che non abbiamo mai eseguito prima. Inoltre avremo ospite Francesco Mandelli, che suonerà assieme a noi il nostro nuovo singolo Madchester.
Veniamo a Madchester, uscito lo scorso 17 marzo, che avete detto di aver registrato “quasi per gioco” insieme a Ivan Rossi: qual è stato il momento in cui avete capito che quel gioco stava diventando una canzone “uscita bene”?
L’idea per questa canzone è nata in studio mentre stavamo lavorando alla registrazione del nuovo disco de L’Officina con Ivan. Chiacchierando al bar di musica ed essendo grandi fan di quelle sonorità e di quella scena, ci è venuto del tutto spontaneo il pensiero di scrivere un pezzo. Siamo partiti da un campione di drum machine e un arpeggio di basso Roland 303, poi in un secondo momento abbiamo aggiunto il resto: chitarre elettriche, pianoforte, synth ecc. Arrivati a un certo punto avevamo la base ma non il testo. Ascoltandola mi è venuta subito in mente la scena di Madchester e da lì è nato lo spunto per scrivere il resto del brano, che è un omaggio agli anni Novanta e alla rave culture britannica. Il nostro intento era quello di restituire in chiave moderna la stessa energia, felicità e psichedelia di quell’epoca così speciale.
Per i vostri fan più giovani, per quelli che vi hanno conosciuto su TikTok grazie a Un fiore per coltello, come descrivereste Madchester, l’Hacienda e l’impatto che hanno avuto sulla scena musicale?
Un ottimo punto di partenza è Futuromania di Simon Reynolds, in particolare il capitolo intitolato “Hardcore Continuum”, dove il critico analizza l’evoluzione della musica elettronica made in UK, partendo dalle influenze d’oltreoceano, Chicago House e Detroit Techno, per arrivare alla 2step e tutti i vari sterminati sottogeneri. Beh, poi in giro si trovano molte informazioni, materiale audiovisivo, fotografico e sonoro. Per noi il concetto base di Madchester è ritrovare quel senso di aggregazione e libertà tra esseri umani – vivendo in una società totalmente disgregata – in uno spazio fisico, un luogo di ritrovo, in un tempio dove tutti possano vibrare all’unisono, allo stesso modo, senza regole, provando estrema empatia. In poche parole, connettersi. E volersi bene.
Da fuori, l’idea di coinvolgere Francesco Mandelli per questo pezzo sembra proprio un incastro perfetto. Come è andato “l’aggancio” e qual è stata la sua reazione quando ha sentito il pezzo in versione demo?
L’idea è nata da Ivan Rossi, che ha intuito una forte connessione tra noi e il Nongio e le tematiche di Madchester. Un pomeriggio gli abbiamo girato il pezzo su WhatsApp, e lui ci ha risposto: «No vabbè è una mina, facciamolo!».
Questi ultimi due anni, diciamo da Dreamcore in poi con il successivo tour, come sono andati? Che cosa vi hanno lasciato a livello personale e artistico? Cosa ha dato la conferma che tornare in maniera così stabile era stata una cosa giusta da fare?
Il tour di Dreamcore nel 2024 è stato molto importante. Siamo stati fermi per più di sette anni e tornare dal nulla, con molte date sold out in tutta Italia, è stato davvero inaspettato. Soprattutto vedere questo cambio generazionale ai concerti ci ha fatto molto riflettere. Fa strano vedere schiere di giovanissimi sottopalco a cantare canzoni scritte dieci anni fa! L’Officina è un gruppo nato negli anni Zero e che ormai ha acquisito, diciamo così, una vita propria, cammina con le sue gambe e si “propaga” autonomamente. Sicuramente vedere questo affetto che passa di generazione in generazione ci ha riempito il cuore e ha fatto scattare la scintilla del ritorno sui palchi.
Dopo la festa del 29 aprile all’Alcatraz, dobbiamo prepararci a vedervi spesso sul palco anche nei mesi estivi, magari con un vero e proprio tour? E per quanto riguarda il nuovo disco, avete già deciso una data di pubblicazione?
Non possiamo ancora fare annunci ufficiali. Però possiamo garantirvi che ci saranno presto delle novità.
Nella foto in alto: L’Officina della Camomilla, foto di Jacopo Farina
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