GILDA POURJABAR – SUONI PROIBITI
Nel documentario The Westoxicateds, presentato al Pordenone Docs Fest, la regista iraniano-canadese ripercorre la propria adolescenza nella Teheran degli anni Novanta, quando una cassetta accendeva la libertà
di Carolina Saporiti
La facilità con cui in Occidente si può ascoltare musica è stata una delle prime cose che ha colpito Gilda Pourjabar quando ha lasciato l’Iran per trasferirsi in Canada. Allora, nel suo Paese, ascoltare il rock significava costruirsi un’identità alternativa a quella imposta dal regime della Repubblica islamica. Il titolo del film, The Westoxicateds, riprende un termine usato dalla propaganda ufficiale per indicare la “contaminazione” culturale occidentale: per la regista diventa invece il simbolo di una generazione cresciuta tra proibizioni, immaginazione e desiderio di cambiamento.
Sei nata negli anni successivi alla rivoluzione islamica e hai vissuto l’infanzia durante la guerra Iran-Iraq. Che atmosfera si respirava crescendo in quel periodo?
Sono nata nel 1983, nei primi anni della Repubblica islamica, in un clima molto segnato dall’ideologia rivoluzionaria e dalla guerra. La televisione trasmetteva continuamente immagini di conflitto, martirio e propaganda. Vivevamo in una piccola città del nord e poi, quando avevo dieci anni, ci siamo trasferiti a Teheran: per me è stato uno shock culturale.
Nel film racconti la scoperta della musica rock proibita negli anni Novanta. Che cosa rappresentava per te e per i tuoi coetanei ascoltare quella musica di nascosto?
Se negli anni Novanta ti trovavano con una cassetta di musica occidentale potevano confiscartela, quindi anche il semplice atto di ascoltare diventava un gesto rischioso. I media ufficiali dicevano ai genitori di impedire ai figli di seguire lo stile di vita occidentale o quella musica. Per me il rock esprimeva una rabbia e una ribellione che sentivo profondamente, anche se la mia vita quotidiana non aveva nulla a che fare con il mondo da cui arrivava quel suono. Era un modo per dare forma alla frustrazione di vivere in uno Stato in cui tutto ciò che consumavamo era controllato o propagandistico.
Che generi ascoltavi da ragazza e come li hai scoperti?
Quando vivevamo ancora nel nord dell’Iran, mio fratello iniziò ad ascoltare la radio russa captata con vecchie antenne sovietiche: per la prima volta sentimmo una musica diversa da quella triste e ufficiale trasmessa dalla televisione iraniana. Dopo il trasferimento a Teheran ho scoperto l’heavy metal e l’hard rock nel quartiere di Ekbatan. All’inizio quei suoni mi spaventavano, ma ero anche molto curiosa. Poco a poco ho iniziato a riconoscerne il ritmo e l’energia. I videoclip di MTV sembravano fantascienza rispetto alla tv iraniana: erano una fuga immaginaria, un modo per costruire un mondo alternativo.
Ekbatan è un luogo centrale nel film. Che tipo di quartiere era?
È un grande complesso residenziale costruito prima della rivoluzione, pensato come una città autosufficiente. Ci vivevano soprattutto famiglie della classe media, professori universitari, attori, registi. Questo ha creato un ambiente molto stimolante per noi ragazzi. C’erano appassionati di cinema, musica, graffiti, parkour. È stato un terreno fertile per molte subculture. Dico spesso di sentirmi più “ekbatanese” che iraniana, perché lì ho costruito la mia identità.
Guardando all’Iran di oggi, senti che le nuove generazioni siano diverse dalla vostra?
Sono molto più coraggiose. Noi eravamo più spaventati e obbedienti, facevamo piccoli gesti di resistenza. I giovani di oggi rifiutano apertamente il regime. Internet ha avuto un ruolo importante: possono vedere come vivono i loro coetanei altrove e desiderare le stesse libertà. Quando sono tornata recentemente in Iran ho visto cambiamenti rapidissimi, come il fatto che molte donne non portino più l’hijab. È una trasformazione che procede molto velocemente e che mi sorprende ogni volta.
La situazione politica e il clima di guerra rendono il futuro del Paese molto incerto. Che sensazioni percepisci oggi tra gli iraniani?
È una situazione estremamente complessa. Molte persone non vogliono più questo regime, ma ci sono opinioni diverse su come possa finire. Alcuni credono nella disobbedienza civile, altri pensano che non porterà mai a un vero cambiamento. C’è chi teme la guerra e chi la considera inevitabile o addirittura necessaria. Allo stesso tempo esiste la paura che il Paese possa frammentarsi o perdere le proprie infrastrutture. È un momento pieno di contraddizioni: paura, ma anche speranza.
Nella foto in alto: Gilda Pourjabar
Articolo pubblicato su WU 137
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