SABRINA RATTÉ – ARTE ELETTRICA
Vorrebbe entrare nello schermo del suo computer per potersi riappropriare delle idee che sviluppa attraverso di esso. Nella sua concezione del mondo, la tecnologia è natura; negarlo sarebbe sollevare l’umano dalla responsabilità di agire e trasformare il mondo
di Giorgia Martini
Artista visiva canadese, Sabrina Ratté ha vissuto a lungo in Francia. La sua predilezione per il video e la produzione 3D si innesta nella fascinazione per l’elettricità e per i dispositivi analogici. La sua arte è in connessione diretta con la materia. È convinta che in un mondo dominato dal nesso causa-effetto, l’artista abbia la responsabilità di scombinare le carte e rompere gli argini, per risvegliare una forma di agency dimenticata. Il suo lavoro è stato esposto in istituzioni come il Centre Pompidou, il Musée d’art contemporain de Lyon, l’Arlington Museum of Art in Texas, l’HEK – Haus der Elektronischen Künste a Basilea, il Centre PHI di Montréal, il Montreal Museum of Fine Arts, il Max Ernst Museum di Brühl, in Germania, e il Museum of the Moving Image a New York.
Per iniziare, ci racconti il tuo percorso fin qui?
Lavoro nell’arte visiva digitale da più di 15 anni. La mia formazione è nel cinema, in particolare nella produzione cinematografica: ho sempre lavorato con la pellicola, in contesti sperimentali e artistici. Ho studiato a Montréal, alla Concordia University, durante il master ho sviluppato un forte interesse per il video, perché lo sentivo come uno strumento più naturale, di cui potermi appropriare più facilmente. Utilizzavo, per esempio, una piccola videocamera MiniDV per creare prodotti visivi per i televisori a tubo catodico. Mi interessava anche l’estetica low-fi: recuperavo strumenti in negozi dell’usato o da persone che mi regalavano vecchie videocamere VHS.
Come mai hai scelto di concentrarti soprattutto sui video analogici?
Sono stata molto influenzata dalle pioniere della videoarte, come Lillian Schwartz, e da altri artisti che hanno aperto nuove possibilità creative nell’uso delle tecnologie video analogiche. Poi con il tempo ho sentito l’esigenza di creare ambienti sempre più complessi, e questo mi ha portata al 3D. In realtà vedo il mio percorso come parallelo alla storia del video: dalla pellicola, al video analogico, fino all’animazione in 3D. Oggi continuo a utilizzare texture analogiche, perché hanno una qualità estetica impossibile da ricreare digitalmente, ma le mescolo con strumenti contemporanei, un po’ come dipingere con materiali diversi. In fondo, il mio lavoro è una forma di pittura fatta di pixel ed elettricità.
A proposito di strumenti, esiste un fil rouge fra i diversi mezzi che utilizzi per fare arte?
Sì, credo sia proprio l’elettricità. La materia con cui lavoro è la luce, l’elettricità, i pixel. È questo che mi ha portata a sviluppare opere in diversi formati, provando ad appropriarmi in modi diversi dello spazio: l’elettricità può viaggiare, trasformarsi, assumere molte forme, schermi, proiezioni, oggetti stampati in 3D. Sono affascinata dalla capacità del segnale elettronico di mutare. Attraverso questo esploro il rapporto tra virtuale e mondo fisico.
Il tuo lavoro mette spesso in relazione immagine e suono. Che rapporto c’è fra questi due elementi e come dialogano nel processo creativo?
Quando ho iniziato a lavorare con il video, ero in coppia con Roger Tellier-Craig, che oggi è ancora il mio migliore amico, nonché un musicista di fama internazionale. Insieme abbiamo esplorato il rapporto tra video analogico e sintetizzatori musicali. Io utilizzo, per esempio, un sintetizzatore video ispirato ai progetti del Moog. Per me la storia della musica elettronica e quella dell’immagine sono profondamente intrecciate, sia a livello tecnologico che artistico. Abbiamo anche fondato un gruppo, Les Révélateurs: lui si occupava della musica, io dei visual. All’inizio della mia carriera ho lavorato molto anche con videoclip musicali, che sono stati un terreno di sperimentazione importante. Oggi continuo a collaborare con musicisti, soprattutto con Roger.
Che rapporto c’è tra il concetto di natura e quello di artefatto nella tua prospettiva artistica? In che modo questa relazione si riflette nelle tue opere?
All’inizio, lavorando con il video analogico, ero in un dialogo diretto con la tecnologia, e il significato emergeva dalle immagini. Con il 3D il processo è più lento, e questo mi ha portata a sviluppare maggiormente la fase di ricerca e riflessione. Mi interrogo molto sul nostro rapporto con lo schermo e sulla separazione tra virtuale e reale. Spesso natura e tecnologia vengono contrapposte, ma noi siamo parte della natura e quindi lo sono anche le tecnologie che creiamo. Separare le due cose significa negare la nostra capacità di trasformare il mondo. Nel mio lavoro cerco di superare questa dicotomia e di proporre una visione più inclusiva.
In una delle installazioni che hai realizzato per il MEET di Milano, Cyberdelia, hai messo in relazione l’immaginario dei tarocchi e l’AI: in che modo intendi il rapporto fra il magico, lo spirituale e l’intelligenza artificiale generativa?
Il progetto nasce dal mio interesse per i tarocchi e da una residenza artistica sull’intelligenza artificiale a cui ho avuto l’occasione di partecipare. I tarocchi funzionano come uno specchio dell’inconscio individuale; l’AI, invece, riflette una forma di inconscio collettivo costruito a partire dai dati online. Mi interessava esplorare questo parallelismo, pur mantenendo uno sguardo critico sugli aspetti etici ed ecologici dell’intelligenza artificiale.
Nella tua poetica si ritrova il concetto di Simbiocene, vuoi spiegarci cosa significa?
Lo vedo come un’idea di coesistenza e simbiosi tra diverse forme di vita. Nel progetto Inflorescence immaginavo un futuro in cui nuove forme di vita emergono da tecnologie abbandonate, nutrendosi di metallo o elettricità. È un’estensione dell’idea che la tecnologia fa parte della natura e contribuisce a generare quelli che potremmo definire dei nuovi ecosistemi.
Il tuo lavoro è fortemente intriso di temi sociali molto contemporanei: come interpreti il ruolo dell’artista nel mondo di oggi?
È un ruolo fondamentale. Viviamo in un mondo molto pragmatico, dominato da logiche economiche che limitano la nostra immaginazione. L’arte serve ad aprire prospettive, a rendere pensabile un altro mondo. E nel momento in cui riusciamo a immaginarlo, possiamo anche iniziare a trasformarlo.
Intervista pubblicata su WU 137 (aprile 2026)
Nella foto in alto: immagine dal progetto Cyberdelia (2024)
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