MADALENA REVERSA – ESPRIMERE L’INEFFABILE
Tra musica, installazioni e performance, conosciamo meglio uno dei best-kept secret della nuova scena italiana, che nel mese di ottobre presenta l’ultimo capitolo di una trilogia particolare alla Triennale di Milano
di Matteo Torterolo
Il loro nuovo lavoro si incentra su una delle partiture più straordinarie del Novecento, Quatuor pour la Fin du Temps, composta nelle latrine del campo di prigionia nazista di Görlitz nel 1941 dal pianista francese Olivier Messiaen ed eseguita per la prima volta con strumenti rotti davanti a trecento prigionieri e soldati nazisti. Un’installazione performativa che chiude la Trilogia sullo Spirito del nostro Tempo iniziata con Manfred e Salomé, e che sarà presentata in anteprima al Teatro Astra di Torino il prossimo 13 ottobre, prima di arrivare a Milano il 17 e 18 ottobre all’interno del nuovo capitolo di FOG in Triennale. È qui che abbiamo incontrato Maria Alterno e Richard Pareschi, aka madalena reversa, uno dei progetti più originali e interessanti in circolazione nell’underground creativo italiano (e non solo). Iniziamo la nostra chiacchierata proprio dalla genesi di Quatuor pour la Fin du Temps.
Come avete conosciuto la storia di Olivier Messiaen?
Grazie a Donato Di Trapani, nostro amico e compositore delle musiche di madalena reversa. Eravamo nel suo studio a Palermo e stavamo lavorando con lui al nostro penultimo progetto, Salomè. Donato, in una pausa, ha tirato fuori un vinile, il Quatuor di Messiaen per l’appunto, e dopo averci fatto sentire il quinto movimento ci ha raccontato la genesi dell’opera. Ci siamo guardati e abbiamo detto subito: «Questo sarà l’ultimo capitolo della nostra Trilogia».
Qual è secondo voi il valore di Quatuor pour la Fin du Temps oggi, in un momento storico in cui la “fine” è costantemente evocata?
Viviamo tempi estremamente complessi, e questo è purtroppo retorico da dirsi. Non abbiamo mai voluto, con i nostri lavori, creare opere che divenissero delle sorta di analisi inscenate sul nostro tempo. Abbiamo sempre avuto solo la necessità di creare forme di percezioni invisibili e ineffabili. Il Quatuor fece questo e sublimò, come solo i più grandi possono fare, il proprio tempo e la condizione dell’autore: è un exemplum di resistenza in tempi storici tragici ma anche apocalittici, e quindi di speranza, che è il vero senso dell’Apocalisse. Messiaen ci ha lasciato una traccia, sta a tutti noi decidere se cambiare il segno del nostro tempo o lasciarci naufragare in quello che già viviamo e prevediamo.
Con madalena reversa mescolate da sempre linguaggi e espressioni artistiche differenti: ci raccontate dove nasce il progetto?
Ci siamo conosciuti a Roma mentre studiavamo recitazione nella stessa Accademia d’Arte Drammatica, dove abbiamo fatto studi di tipo classico, di prosa teatrale. La nostra vista e il nostro udito erano affamatissimi di teatro, live set, performance, e così divoravamo spettacoli e tutto ciò che Roma ci offriva in quella breve ma meravigliosamente intensa parentesi contemporanea rappresentata da Romaeuropa. All’ultimo anno di Accademia siamo stati folgorati da un’opera del filosofo tedesco Gernot Böhme sul nuovo concetto di Estetica e abbiamo iniziato a immaginare come da una pagina bianca la nostra idea di teatro, costruendola su principi filosofici che parlavano di atmosfere ed estasi di oggetti, suoni e corpi. Ci interessava indagare quello che non si riesce a esprimere, ciò che sentiamo ma non sappiamo definire.
Come vedete il presente (e il futuro) delle performing arts in Italia?
I tempi difficili di cui parlavamo prima investono chiaramente anche la cultura tutta. Nel caso specifico italiano è lapalissiano che, quando si rimuove la parola “sperimentazione” dalle linee ministeriali, si stia affermando una direzione lucidamente cosciente di cosa si vuole che sopravviva, e cosa no. Ma le avvisaglie partono da più lontano, se pensiamo a quando due giganti come Bene e De Filippo parlavano del sistema teatrale in Italia in termini di teatro di serie A, B e C.
Dopo il debutto di Pour la Fin du Temps, avete già altri progetti in cantiere?
Sì. Abbiamo in mente un progetto, o più precisamente una direzione generale. Se troveremo le giuste realtà interlocutrici, sarà un progetto site specific che si muoverà sempre nell’ambito interdisciplinare, ma con una forte vocazione alle relazioni con le comunità dei luoghi dove verrà rappresentato. Lavoreremo con musica, luoghi e persone del mondo agrario, fondendo un’antica festa romana con i nostri tempi. In linea generale, invece, nel futuro che stiamo immaginando ci vediamo sempre più fuori dal teatro, sempre più nel suono, inteso come materia-oggetto di un rito collettivo.
Ci suggerite qualche nome da tenere d’occhio tra teatro, performance, danza, musica?
Nessuno di questi è sconosciuto, anzi, diremmo che nel campo performativo Pan Daijing è un’artista che ci interessa molto negli ultimi anni. Lavora tra architettura, suono e corpo, parte degli elementi che più interessano il nostro lavoro. Nella musica che fa del suono un oggetto di costruzione dell’immagine scenica ci sono Billy Bultheel, Kali Malone, Maria W. Horn. In generale, la musica ci sembra l’organismo che, anche in questi tempi, continua a rigenerarsi e a produrre nuove forme che invece le performing arts non riescono a proporre.
Prossime date:
Milano
Il 17 e 18 ottobre alla Triennale per FOG Festival
viale Alemagna
orario: vari
info
Intervista pubblicata su WU 139 (settembre 2026). La foto in alto è di Vladimir Bertozzi
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