GAIA BANFI – CONTINUARE A CAMBIARE
La voce, gli strumenti, la tecnologia e una ricerca musicale sempre in movimento: la cantautrice ripercorre un anno di concerti, e come il palco abbia cambiato il suo modo di vivere la musica e il suo ultimo disco
di Dario Buzzacchi
Dopo un’estate trascorsa tra festival e concerti in Italia e in Europa, Gaia Banfi si è lasciata alle spalle uno dei periodi più intensi del suo percorso. Cantautrice, produttrice e polistrumentista milanese, bolognese d’adozione, negli ultimi due anni si è imposta come una delle voci più originali della nuova musica italiana, portando il suo progetto su palchi internazionali e anche davanti ai microfoni della storica radio americana KEXP. Il lungo viaggio dal vivo ha rappresentato anche il punto di arrivo del ciclo di La Maccaia, l’album che l’ha fatta conoscere a un pubblico sempre più ampio e che si è concluso idealmente con l’uscita degli ultimi due singoli Al suo riposo e In luce. In questa intervista, Gaia Banfi ripercorre i mesi trascorsi sul palco con lo sguardo già rivolto al futuro perché «più che arrivare da qualche parte», ci ha detto, «il mio desiderio è continuare a cambiare».
Negli ultimi mesi hai portato il tuo ultimo disco, La Maccaia, in tantissimi luoghi, davanti a pubblici molto diversi. Quando sali sul palco oggi, cosa è cambiato rispetto ai tuoi live di qualche tempo fa?
Credo che la differenza più grande rispetto ai live precedenti sia il modo in cui oggi vivo il palco. In quest’ultimo anno ho suonato tantissimo e questo mi ha permesso di trovare una libertà che prima avevo meno. Il live rimane molto fedele all’identità del disco, ma sento che oggi riesco ad abitarlo in maniera più profonda, lasciandomi guidare da quello che succede in quel momento, dal luogo, dalle persone e dall’energia che si crea. Ogni concerto finisce per essere leggermente diverso, pur raccontando la stessa storia, ed è proprio questa possibilità di trasformazione che in questo momento mi interessa di più.
A un anno dall’uscita del tuo ultimo album La Maccaia, in che modo senti che il rapporto con queste canzoni è cambiato?
Non sono tanto le canzoni a essere cambiate, quanto il modo in cui io le vivo. Oggi canto con una consapevolezza diversa e, forse, con meno timidezza. Sento che l’intensità, sia nel modo in cui vivo il corpo sul palco, sia nella timbrica della mia voce, è cresciuta molto. Credo dipenda principalmente da due fattori. Il primo è che mi sono un po’ slegata dal tecnicismo: oggi presto meno attenzione a tutti quei passaggi tecnici che ormai sono diventati memoria e automatismo, e questo mi permette semplicemente di suonare di più. Il secondo è che sono forse diventata meno timida e riesco a immergermi molto di più nelle parole e nella musica che sto suonando in quel momento.
Ripensando agli ultimi mesi, c’è un live che ti ha lasciato un segno particolare e che senti di portarti ancora dentro?
Ti cito due concerti di questo luglio. Il primo è stato a Musicastrada, perché l’energia delle persone era fortissima e l’ho sentita davvero tanto. Mi ha fatto rendere conto di quanto sia grata di essere ancora qui, a suonare questo disco a un anno dalla sua uscita, e di ricevere ancora così tanto dalle persone che vengono ai concerti. Il secondo è stato al Colours of Ostrava, in Repubblica Ceca. È stato molto intenso perché poco prima c’era stato un temporale e, nonostante avessero annullato diversi concerti del festival, il mio si è fatto comunque. Pioveva ancora leggermente e, per la prima volta, ho avuto la sensazione che intorno alla mia musica ci fosse un contesto estremamente atmosferico, quasi cinematografico. È stato bellissimo.
Una canzone nasce in studio, ma poi continua a vivere sul palco, live dopo live. Dopo averla attraversata decine di volte davanti al pubblico, come cambia la canzone?
La canzone, in sé, non cambia molto. Cambia il modo in cui viene interpretata e, di conseguenza, cambia anche il risultato sonoro a seconda del contesto in cui viene eseguita. È molto difficile riuscire a immergersi nella stessa maniera in ogni occasione. Per questo credo che le persone che ho davanti e anche il paesaggio, il luogo in cui mi trovo, influenzino tantissimo il modo in cui vivo quella musica. È un esercizio molto importante per me, perché mi aiuta a stare davvero nel momento presente, mentre canto e vivo quello che sto suonando.
Nel tuo modo di scrivere e produrre, come convivono oggi la tecnologia e il rapporto fisico con gli strumenti?
Ho sempre suonato degli strumenti prima ancora di diventare produttrice, quindi ho un rapporto strettissimo, quasi viscerale, con l’analogico e con tutto ciò che si può toccare e da cui nasce direttamente un suono. Allo stesso tempo, per questo disco e anche per la mia crescita personale, la tecnologia è stata uno strumento fondamentale. Ti offre uno spettro praticamente infinito di possibilità. Ma trovo molto interessante il momento in cui ti allontani da tutte quelle possibilità e torni a sederti davanti a uno strumento come il pianoforte: è proprio lì che ti rendi conto ancora di più dell’essenzialità e della profondità emotiva che uno strumento reale riesce a trasmettere.
In questa fase del tuo percorso, quali interrogativi stanno accompagnando la tua scrittura e il modo in cui immagini le prossime canzoni?
Sono un po’ spaventata, ma allo stesso tempo molto incuriosita da come la mia scrittura potrà cambiare nelle prossime canzoni. La paura nasce dal non voler essere ridondante: vorrei riuscire a conoscermi di nuovo attraverso lavorando a un nuovo disco. La Maccaia per me è stato un lavoro importantissimo dal punto di vista dei testi, perché ci ho dedicato davvero tanto tempo. Però non voglio rimanere troppo legata a ciò che è stato, perché so che quello che verrà sarà inevitabilmente diverso.
C’è ancora un desiderio, una direzione o una possibilità che continui a immaginare per il tuo percorso artistico?
Ci sono ancora tantissime cose che sogno di fare, anche se oggi non so ancora bene in che forma potranno realizzarsi. Quello che mi auguro è di non smettere mai di studiare e di sperimentare, perché è proprio lì che continuo a sorprendermi. Più che arrivare da qualche parte, il mio desiderio è continuare a cambiare.
Intervista pubblicata su WU 139 (settembre 2026). La foto in alto è di Gloria Capirossi
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