‘FLORIDA BOYS’ DI JOSH ARONSON
Josh Aronson esplora mascolinità, senso di appartenenza e il rapporto tra giovani uomini e paesaggio nel Sud degli Stati Uniti. Cresciuto a Miami e sentendosi estraneo ai modelli tradizionali di virilità, costruisce immagini in cui forza e vulnerabilità, gioco e inquietudine, intimità e teatralità convivono. Tra paludi e foreste, la fotografia diventa uno spazio di collaborazione e finzione condivisa, capace di immaginare forme più libere di mascolinità e un diverso modo di appartenere alla terra
di Alessandra Lanza
Quando hai iniziato a lavorare sul tema della mascolinità?
La mascolinità era presente nelle mie foto prima ancora che capissi ne fosse il soggetto. Sono cresciuto sentendomi fuori posto rispetto agli altri ragazzi: non ero lo stereotipo che ama lo sport o che non mostra emozioni e spesso mi sentivo a disagio di fronte alla mascolinità aggressiva e performativa che mi circondava a Miami. Dal 2020, con Florida Boys, ho iniziato a chiedermi come sarebbe stata l’adolescenza maschile se fosse stato possibile viverla in modo tenero, curioso, strano. Per molti versi, stavo realizzando le immagini di cui avrei avuto bisogno quando ero più giovane, popolandole col tipo di ragazzi che avrei voluto conoscere e le amicizie che avrei voluto vivere.
Come definiresti la mascolinità?
Non credo abbia una definizione unica e fissa: è qualcosa che si impara, si mette in scena e si eredita. A volte viene usata come un’arma. La versione che ci viene mostrata più spesso è costruita intorno a sicurezza, durezza, controllo e distanza emotiva, ma per me è una visione limitata. Mi interessa pensarla come qualcosa di permeabile, che respira: può comprendere forza, ma anche insicurezza, affetto, sensibilità, noia, gioco e cura. Non voglio sostituire una definizione rigida con un’altra ritenuta più corretta, ma creare più spazio al suo interno. Per me, la vulnerabilità non è l’opposto della mascolinità: è ciò che emerge quando una persona non sente più di essere obbligata a interpretarla.
Chi sono le persone che hai scelto di fotografare?
Ho cercato collaboratori più che soggetti. La maggior parte sono giovani di Miami e sobborghi: artisti, musicisti, registi, designer e stylist. Li ho trovati via Instagram o tramite amici di amici. Molti erano sconosciuti. Ci sono sono americani di prima generazione come me e figli di famiglie immigrate. Alcuni sono queer e molti condividono quella sensazione di essere al contempo dentro e fuori che ho sempre provato in Florida. Non li ho selezionati secondo una lista di caratteristiche, mi ha attratto una certa apertura, l’essere abbastanza curiosi da salire su un furgone con degli sconosciuti per tre giorni, attraversare una palude, arrampicarsi su un albero e partecipare a questo strano gioco di finzione. Sono persone che mi ricordano, in qualche modo, me.
E come hai trovato i luoghi?
Sono cresciuto a Miami, ma mi sono reso conto di quanto poco conoscessi realmente la Florida. Ho iniziato a fare sopralluoghi usando hashtag, vecchie guide di viaggio, mappe, archivi e i suggerimenti delle persone che incontravo. Guidavo per ore, li fotografavo vuoti, salvavo la posizione sulla mappa e immaginavo le scene. Cercavo posti caratteristici, ma anche carichi dal punto di vista psicologico. Paesaggi in cui bellezza e minaccia fossero molto vicine: l’acqua che inghiotte la terra, strutture abbandonate riconquistate dalle piante, foreste che allo stesso tempo invitano a entrare e mettono a disagio, portando nella fotografia una propria corrente emotiva.
Qual è il ruolo della natura?
La natura non è mai neutrale né semplicemente decorativa nel mio lavoro. È un personaggio e, a volte, una coautrice. Cambia il modo in cui le persone si muovono, il rapporto che hanno con il proprio corpo e il modo in cui interagiscono tra loro e offre un modo di sperimentare la propria presenza, l’appartenenza a quella terra non in quanto conquistatori o rivali, ma come compagni. Il paesaggio contiene questa possibilità, ricordandoci allo stesso tempo quanto sia fragile.
Il mondo che compare nelle tue fotografie esiste davvero o è un’utopia?
Entrambe le cose. Le fotografie nascono come una fantasia, ma le esperienze che contengono sono reali. Quei giovani uomini si arrampicano davvero sugli alberi, nuotano nelle sorgenti e trascorrono insieme giorni di viaggio. Non sto dicendo che la Florida sia sempre così delicata o accogliente come appare nelle fotografie: è popolata da tenerezza, empatia, curiosità e amicizia, che forse non esiste ancora. Il mondo che sto creando è aspirazionale. Ma durante il viaggio, e per quella frazione di secondo che viene conservata dalla macchina fotografica, possiamo abitarlo. Le fotografie non sono la prova dell’esistenza di un mondo perfetto, ma prove generali per un mondo possibile.
JOSH ARONSON Artista e fotografo di Miami, con le sue opere esplora mascolinità, senso di appartenenza e paesaggio nel Sud degli Stati Uniti. Nel 2024 è diventato il primo artista a ricevere sia il People’s Choice Award, sia il Juror’s Prize di No Vacancy, il programma di arte pubblica della città di Miami Beach. Il suo primo libro è Tropicana (2020) (IG)
Articolo pubblicato su WU 139 (settembre 2025)
Tutte le foto nella pagina sono di Josh Aronson





