MARIA CHIARA ARGIRÒ – LA RICERCA DEL SUONO
Tra jazz, elettronica e forma canzone, una delle voci più originali della scena europea si racconta in occasione del suo live a Milano, episodio finale di Elsewhere – Nuovi Orizzonti Sonori, la rassegna di Volvo Studio
di Dario Buzzacchi
Volvo Studio Milano ha inaugurato il 2026 con Elsewhere – Nuovi Orizzonti Sonori, rassegna musicale realizzata in collaborazione con Base Milano e Le Cannibale, che traccia un percorso attraverso le sonorità e le sperimentazioni elettroniche del panorama autoriale indie. Quattro appuntamenti che riflettono un momento preciso: quello in cui la musica elettronica compie definitivamente il salto dai dancefloor alle sale da concerto, affermandosi come linguaggio capace di interrogare il nostro tempo ben oltre la dimensione musicale. A chiudere la rassegna, il 9 aprile, è stata Maria Chiara Argirò: pianista di formazione classica, cresciuta a Roma e da oltre dieci anni a Londra, ha costruito nel tempo un suono personale e difficilmente catalogabile, collaborando con artisti come These New Puritans, Jono McCleery e Jamie Leeming. Il suo album più recente Closer (2024) l’ha consacrata come figura di riferimento della scena indipendente europea. In occasione del suo concerto a Milano, l’abbiamo incontrata per parlare di live, collaborazioni e del rapporto tra sperimentazione e canzone, e questo è quello che ci ha raccontato.
Partiamo dall’immediato, ovvero dal tuo live a Milano. Come hai pensato la tua performance a Volvo Studio per Elsewhere?
Sono quasi due anni che porto in giro il mio ultimo album, Closer, insieme ad alcuni brani del disco precedente, Forest City. Nel frattempo ogni live cambia, si trasforma – non è mai esattamente lo stesso spettacolo. Sto cercando di inserire nuovi esperimenti e qualche pezzo inedito, lasciando che la scaletta respiri e si evolva. Il focus rimane Closer, ma questa volta la formazione sarà leggermente diversa: di solito siamo in tre, mentre per questo live saremo in due, con Riccardo Chiaberta alla batteria e al bass synth. Suonare in duo crea dinamiche molto particolari – più spazio, più ascolto reciproco, un equilibrio diverso tra pieni e vuoti.
In questa rassegna si è esibito anche Indian Wells, con cui hai recentemente collaborato…
Sì, ed è una coincidenza bella. Stiamo anche lavorando insieme a nuova musica. C’è una stima reciproca molto forte, che si sente anche quando ci troviamo nella stessa lineup.
Com’è nata questa collaborazione? E cosa ci puoi anticipare del lavoro che state facendo?
È nata in modo abbastanza naturale. Mi ha contattato – abbiamo conoscenze e influenze in comune – e mi ha chiesto di collaborare a un mini EP uscito a fine 2025. Da lì abbiamo continuato a lavorare insieme. Anche se a distanza – cosa che per me di solito è complicata – la cosa sta funzionando molto bene. Stiamo scrivendo musica che mi entusiasma davvero. Normalmente preferisco collaborare di persona, ma in questo caso c’è una sintonia forte e stiamo esplorando territori che nei nostri progetti solisti non avevamo ancora affrontato. È stimolante proprio perché nessuno dei due sta cercando di replicare quello che già fa da solo.
Vivi ancora a Londra. Ti senti più vicina alla scena londinese, del cosiddetto “nu jazz”?
Probabilmente sono difficile da incasellare perché ho scelto di esserlo. Mi piace spaziare tra linguaggi diversi senza dover rispondere a un’unica etichetta. Direi che non mi sento parte della scena nu jazz in questo momento; mi collocherei più nell’area tra elettronica e forma canzone. Mi interessa molto scrivere canzoni, ma con una forte componente di sperimentazione. Per me la cosa più importante non è il genere, ma la ricerca del suono. Se quel suono prende una direzione più jazzistica, mi concentro su certi aspetti; se si muove verso l’elettronica, seguo quella strada. Il genere viene dopo, non prima. In generale mi sento molto influenzata dalla scena UK – e dico UK e non solo Londra, perché ci sono realtà incredibili anche a Glasgow, Leeds, Bristol. Collaboro con molti musicisti di qui e credo che il mio suono stia diventando sempre più legato a questa dimensione.
Come vivi il rapporto con la scena italiana quando torni a suonare?
In Italia ci sono tantissime realtà musicali interessanti e moltissimi artisti che stimo. Il problema è che spesso mancano gli spazi per far emergere certe proposte più underground o sperimentali. Anche a Londra molti club hanno chiuso negli ultimi anni, ma c’è sempre una forte energia diffusa: qualcuno che organizza eventi in luoghi inaspettati e riesce a costruire comunità attorno a un certo tipo di suono. Suono spesso in Italia ormai da tre o quattro anni e trovo che i locali e le venue siano incredibili. Sarebbe importante sostenere anche i luoghi più piccoli, quelli che permettono a una scena più sperimentale di esistere e crescere. È un momento difficile per tutti – promoter, musicisti, organizzatori – ma credo che proprio ora sia fondamentale fare comunità e resistere. Qui in UK succede spesso: nasce un nuovo club in un quartiere improbabile e diventa subito un punto di riferimento. Questa capacità di reinventarsi ispira i musicisti e il pubblico allo stesso modo.
Dopo due anni di concerti, come è cambiato Closer dal vivo?
Vengo dal mondo del jazz e dell’improvvisazione, quindi per me è naturale introdurre piccoli esperimenti ogni volta che suono. Closer è uscito nell’aprile 2024 e continuo a spingere queste sonorità sempre un po’ più in là, come se il disco fosse un punto di partenza piuttosto che un punto d’arrivo. È un lavoro a metà tra elettronica, ambient e forma canzone, e questa natura ibrida lo rende molto malleabile sul palco. Dal vivo ho notato che questi brani possono aprirsi molto. A volte, per esempio, invece di un trombettista suoniamo con un chitarrista e questo cambia completamente l’equilibrio e il colore dei pezzi. Ho scelto di non usare il computer sul palco: non c’è Ableton, tutto viene suonato realmente dal vivo, anche le parti elettroniche più intricate. Questo significa che non siamo macchine perfette e che ogni tanto succedono cose impreviste – ma è proprio questo il punto. Mi piace stare sul filo. Ogni concerto diventa unico: i pezzi restano quelli, ma cambiano le sfumature, l’energia, l’acustica della stanza, la relazione con il pubblico.
Dopo quella a Milano, hai già delle date in programma?
Il 23 maggio sarò in Friuli, in una lineup che include anche Indian Wells. Poi ci saranno altri concerti e festival nel corso dell’anno, alcuni dei quali ancora da annunciare. E nuova musica – sto cercando di imparare l’arte della pazienza, che non è esattamente il mio punto di forza. Qualcosa arriverà, ma bisognerà aspettare ancora un po’. Forse non troppo.
Nella foto in alto: Maria Chiara Argirò, foto di Dimitri Lambridis
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