‘A WALK IN THE PARK’ DI AMY HOROWITZ
Negli ultimi sei anni Amy Horowitz ha fotografato i giovani adulti di Washington Square Park, nel West Village di New York, raccogliendone i volti e lo stile nel suo account Instagram @dont_smile_nyc. Il suo primo libro fotografico, nato dagli scatti realizzati tra il 2021 e il 2025, esplora la molteplicità delle identità, celebrando l’individualità e la libertà di espressione, e fornendo una testimonianza di questa generazione per quelle che verranno
di Alessandra Lanza
Quando è iniziato il tuo rapporto con la fotografia?
L’ho sempre apprezzata, ma il mio interesse si è intensificato quando mi sono trasferita dai sobborghi del New Jersey a New York alcuni anni fa. Ho iniziato a frequentare l’International Center for Photography: più imparavo, più la mia passione cresceva. È stato durante il corso Grammar of Photography che ho scoperto il lavoro di Eugène Atget, determinato a documentare tutta l’architettura e le scene di strada di Parigi prima che scomparissero a causa della modernizzazione. Era ap- pena iniziata la pandemia, le lezioni si erano spostate online: viste le poche persone in giro e ispirata dallo stile documentaristico di Atget, adatto al mio essere diretta e concreta, mi sono concentrata sull’architettura.
E quando, invece, ti sei concentrata sul ritratto?
Verso la fine della pandemia, ho notato una drag queen con outfit verde acceso e capelli rosso fuoco e, senza pensarci troppo, cosa che accade raramente, ho chiesto se potevo farle un ritratto. Ha detto “sì”, ma a condizione che non le fotografassi i piedi, perché aveva appena sostituito i tacchi a spillo con quelle che ha definito “brutte Birkenstock”. Lo scambio è stato breve, ma l’emozione mi è rimasta addosso. Ho sentito un’energia che non provavo da molto tempo e quel momento ha cambiato tutto: l’approccio era lo stesso che avevo con l’architettura, ma i soggetti avevano ora emozioni, stati d’animo e una vita interiore.
Com’è nato A Walk in the Park, come è evoluto e quante persone hai fotografato?
Circa sei anni fa, appena terminato il lockdown. Era primavera e molti avevano tinto i capelli durante la pandemia. Camminavo in mezzo a un mare di colori e gioia. Ho fotografato oltre 2 mila persone. Ora realizzo più primi piani, forse perché mi sento più vicina ai soggetti, riesco a interagire di più. Sono davvero interessata alle persone che fotografo e rimango in contatto con loro tramite Instagram. Come diceva Diane Arbus: «Il soggetto della fotografia è sempre più importante della fotografia stessa». E sono completamente d’accordo.
Come definisci un buon ritratto?
Un buon ritratto coglie l’essenza di una persona. Una buona illuminazione e una messa a fuoco nitida sugli occhi sono fondamentali, ma la connessione tra fotografo e soggetto può fare la differenza.
Perché hai scelto il formato libro? Continuerai il progetto?
Ho sempre desiderato pubblicare un libro, è stato gratificante. Vorrei realizzare un seguito con i ritratti più recenti: sono un po’ diversi e potrebbe funzionare un altro approccio fotografico. Poi vorrei ritrarre alcuni di loro tra cinque o dieci anni, per vederne i cambiamenti. Cerco anche soggetti più anziani, a cui chiedere quale consiglio darebbero al loro io più giovane. Potrebbe essere un libro interessante.
AMY HOROWITZ Fotografa freelance con base a New York, ha studiato presso l’International Center for Photography di New York. Il suo lavoro, pluripremiato, è stato esposto a livello nazionale e internazionale. A Walk in the Park? è stato pubblicato da Schilt nel 2025 (IG)
Articolo pubblicato su WU 137 (aprile 2025)
Tutte le foto nella pagina sono di Amy Horowitz





