PAOLO PUCK – SCULTURA DEL SUBCONSCIO
Secondo l’artista britannico provare a spiegare il suo mondo è come spiegare una barzelletta: quando la dissezioni, muore. Fa arte come un bambino, la fa e basta. Lascia che le cose fluiscano dal suo subconscio per prendere forma nel mondo di Fliffmellington
di Giorgia Martini
Paolo Puck è un artista britannico che da poco ha scelto l’Italia come casa, stabilendosi a Ferrara. Non è un tipo da grandi metropoli, ha imparato quasi tutto quello che sa sull’illustrazione e la scultura da autodidatta ed è convinto che non tutta l’arte debba avere per forza un significato preconfezionato. Le sue opere sono state minuscole e poi immense, hanno seguito le contingenze della sua vita da girovago. Dalle campagne scozzesi agli Stati Uniti, Paolo Puck è stato un bracciante agricolo, un falegname, un carpentiere. Quando vuole imparare qualcosa l’autodisciplina lo spinge a entrare in profondità nelle cose. Per il resto del tempo, dice di essere il massimo del caos.
Ci racconti come hai iniziato e come ti sei avvicinato all’illustrazione?
A 18 anni ho iniziato a studiare illustrazione all’università, ma non andavo quasi mai a lezione. Ero molto incasinato all’epoca, avevo bisogno di un lavoro per pagarmi l’affitto. Andavo piuttosto male, avrò frequentato al massimo tre lezioni di disegno, ero un pessimo studente. E non ho mai avuto feeling con i miei professori, non credo riuscissero a capire cosa avevo in mente, cosa volevo fare.
E come è finita la tua carriera universitaria?
È finita che ho lasciato. Non avevo soldi e mi sono trovato in un attimo nel mondo degli adulti. Ho vissuto per strada piuttosto a lungo e ho cercato di romanticizzare questo mio errare senza meta. Ho camminato, campeggiato, dormito su divani di sconosciuti, fino a quando non ho iniziato a lavorare nelle fattorie. Prima in Scozia, poi in Francia. Continuavo a disegnare, ma mi limitavo a riempire i miei sketchbook, non trovavo nessuno che volesse pagarmi per fare l’illustratore.
Come sei passato dal voler fare l’illustratore alla scultura?
A un certo punto, mentre passavo da un lavoro all’altro come bracciante, le mie doti manuali sono diventate sempre più evidenti. Ero bravo a costruire cose e così mi venivano assegnati piccoli lavori di falegnameria, come costruire un nuovo spaventapasseri. Costavo molto meno di un professionista e il risultato era buono. E così ho cominciato a lavorare parallelamente a delle piccole sculture in legno, facili da trasportare, dato che ero sempre in viaggio.

Cornichon Jon helmet di Paolo Puck
Ti ricordi qual è una delle prime sculture che hai realizzato?
Mi ricordo questa grande statua di Pan, sai, il fauno con le corna e tutto il resto. L’ho scolpito da un tronco d’albero con una motosega. All’inizio facevo cose del genere, ma poi mi sono detto: «Ok, devo fare cose più leggere». Così facevo sculture in legno molto piccole o queste specie di teste che erano vuote, in modo da potermele portare dietro. Ed è stato così che mi sono avvicinato davvero alla scultura, vivendo questo strano stile di vita, viaggiando e intagliando cose.
E come facevi con gli strumenti?
Mi costruivo i miei perché non ne avevo di veri per scolpire. All’aperto, su un grande fuoco, scaldavo pezzi di metallo di scarto e li martellavo per dargli una forma. Usavo un frisbee per sventolare le fiamme e renderle abbastanza calde da poter martellare il metallo. E funzionava, sai, era ok. Era molto rudimentale. E poi, mentre ero lì, ho incontrato una persona che ora è mia moglie.
Quando hai iniziato a dedicarti in modo costante alla scultura?
Dopo aver incontrato la mia futura moglie abbiamo iniziato a viaggiare insieme, fino a quando ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, dato che lei è italo-americana. Siamo stati lì per circa otto anni. A quel punto ero diventato abbastanza bravo da poter lavorare come carpentiere, così durante la settimana lavoravo e nel fine settimana mi dedicavo alla scultura.

Uno dei copricapi-scultura creati dall’artista britannico
A un certo punto sei passato da piccole opere trasportabili a installazioni enormi, cosa ha determinato questo cambio di prospettiva?
Prima non avevamo spazio, quindi anche tutte le mie opere erano minuscole. Poi, dato che in America è possibile affittare case grandi a prezzi accessibili, appena ho avuto la possibilità ho iniziato a creare statue enormi. Era come se la contingenza mi avesse costretto a ridurmi, e non appena ho avuto spazio extra, ho potuto liberarmi. Avevo sempre sognato di fare sculture giganti.
In che modo il fatto di essere cresciuto come scultore autodidatta ha influenzato e modellato il tuo modo di fare arte?
Penso che sia stato davvero stimolante, mi ha permesso di trovare nuovi modi di fare le cose, perché non conoscevo il modo “giusto” di farle. Da autodidatta puoi imbatterti in cose a cui altre persone non hanno pensato perché semplicemente sapevano già qual era il modo corretto di muoversi. Ma, più semplicemente, penso fosse il modo di fare più adatto a me.
Il fare tutto da solo ha influenzato il tuo rapporto con l’arte come istituzione?
Ha reso complesso il mio rapporto con il sapere artistico istituzionalizzato, l’ho percepito come inadatto a comprendere il mio punto di vista. Amo il caos e la natura sperimentale del creare e lavorare da solo. Per le belle arti tutto ruota attorno al significato di ogni cosa. Per me è un po’ il contrario, lascio che le cose fluiscano, le osservo nella loro purezza e, sul loro significato, se mi interrogo, lo faccio dopo, una volta che già esistono.

Jo Tunn e Vinegar Tom, due “creature” de mondo di Fliffmellington creato da Paolo Puck
Miti e fiabe popolano il tuo immaginario, animali bizzarri sono protagonisti delle tue opere, puoi raccontarci qualcosa di Fliffmellington, il mondo che hai generato?
Penso che molte delle mie idee provengano dai sogni. Molte restano inspiegabili anche per me oppure il loro significato si palesa solo molto tempo dopo. Io dico semplicemente: «Voglio fare questa roba e la farò». Considero le fiabe affascinanti perché funzionano su due livelli: una piccola storia folle e un messaggio più profondo. Penso che sia molto simile al mondo dei sogni.
E quindi possiamo considerare il mondo magico di Fliffmellington come la materializzazione del tuo subconscio?
In qualche modo sì. Ho fatto questo sogno in cui c’era un vecchio molto triste perché cercava di costruire qualcosa di solido nel mondo dei sogni. Voleva costruire la foresta delle cose che non dovrebbero esistere. Una foresta per tutte le strane creature che popolano i sogni delle persone, e che non vogliono scomparire al risveglio. E questo vecchio continuava a fallire perché ogni volta che posava un mattone, al mattone spuntavano le gambe e scappava. E io nel sogno ho detto: «Quando mi sveglio, mi ricorderò di questo e inizierò a costruire cose nel mio mondo che stiano ferme».
E come ti fa sentire il fatto di essere in grado di creare uno spazio di intersezione fra il piano onirico e quello reale?
Dare forma a qualcosa che appartiene a un mondo altro è eccitante. Quando tieni in mano un oggetto in un sogno, è così fugace e difficile da tradurre e descrivere ad altre persone. E l’idea di plasmarlo e farlo diventare reale è quasi un controsenso, per questo per me è magico. Fliffmellington è un po’ come uno specchio del subconscio, che nel riflettere restituisce tangibilità alle cose.
Nella foto in alto: Paolo Puck
Intervista pubblicata su WU 135
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