‘INFINITE MIMESIS’ DI FEDERICA BELLI
Fin dall’infanzia Federica Belli esplora attraverso la fotografia, per lei ben oltre una modalità di rappresentazione. Segnata dal mentore Oliviero Toscani, che le ha trasmesso «il rigore dell’essere radicali e l’importanza dell’onestà intellettuale», e da Chris Buck che le ha insegnato «l’enorme distanza tra una vita corporate e quella di un artista», oggi porta avanti una ricerca in cui il corpo diventa estensione naturale del mondo esterno: isola, vulcano, radice, traccia di una femminilità mistica che attraversa tutte le cose, in un gesto insieme fisico e spirituale
di Alessandra Lanza
Nel tuo lavoro il corpo è quasi sempre al centro: che ruolo ha rispetto al mondo esterno?
Il corpo è un veicolo da cui dipendiamo per esistere. Proprio per questo, anche nella mia fotografia, non è altro che il simbolo di una più generica esistenza umana. E nel suo fondersi con la natura circostante, assumendo varie forme e consistenze, allude a un’umanità che, al suo meglio, non è altro che estensione della femminilità mistica di tutte le cose. Diventa isola, vulcano, radice. Nelle opere meglio riuscite il corpo è il mondo esterno stesso.
In Infinite Mimesis come si trasforma il tuo rapporto con il corpo e con la natura?
A volte, allo specchio, mi trovo improvvisamente di fronte alla forma soltanto umana del mio corpo. Per la maggior parte del tempo sono pensiero e immaginazione, mi sento altro. Il mio lavoro, che a seguito di questo progetto si è evoluto ulteriormente verso un linguaggio fisico e analogico, tenta di rappresentare con precisione e onestà crescenti questo modo di essere. La ricerca di forme d’espres- sione rilevanti e complete è infinita ed è il centro del lavoro stesso.
Negli ultimi anni hai vissuto tra Parigi e Città del Messico. Come entrano nella tua fotografia i luoghi in cui vivi?
I luoghi si identificano con le persone che vi ho conosciuto… Parigi, città severa che accoglie il meglio dell’arte occidentale, mi ha permesso di rompere il mistero della fotografia pura e fisica, spingendomi verso nuovi linguaggi che riducono al minimo la mediazione tra l’opera e il mondo esterno che rappresenta. Città del Messico, con la sua energia e il suo calore umano, mi permette di esplorare nuovi materiali e di apprendere dagli artigiani locali, con una generosità che per la no- stra cultura è quasi inimmaginabile.
Quanto sei legata al territorio da cui provieni?
L’immaginario a cui cerco di tornare è quello della mia infanzia, vissuta libera dal peso del resto della società umana. Sono cresciuta in una fattoria tra Liguria e Piemonte, ma soprattutto in un microcosmo della mia immaginazione: l’amore per la scoperta del minuscolo biologico nel giardino da un lato, la consapevolezza di un’infinita distesa di sconosciuto là fuori dall’altro. L’esistenza del mondo là fuori era mediata dai tanti libri che la mia famiglia mi ha permesso di accumulare nel corso dell’adolescenza. Cerco di conservare quell’amore puro per la vita stessa come se fosse ciò che ho di più prezioso.
Nei tuoi progetti c’è una tensione tra controllo e abbandono: come gestisci quel confine?
È una danza costante tra la consapevolezza di ciò che vorrei ottenere e l’imprevedibilità del mondo esterno. Per anni ho convissuto con l’anoressia. Il lavoro si intreccia con la vita e, anche in questo ambito, mi ha aiutata a crescere. Proprio come ogni forma di vita, tento di distinguere ciò che è sotto il mio controllo e gli agenti che collaborano alla riuscita del lavoro indipendentemente dalla mia volontà. Lasciar andare il controllo è un esercizio centrale in entrambi i casi.
FEDERICA BELLI Artista, fotografa e scrittrice con base a Parigi, dopo la laurea in Economia e Management alla Bocconi ha studiato Arte Contemporanea e Storia della Fotografia presso École du Louvre a Parigi. Nel 2018 ha vinto lo Sky Arts Master of Photography e il BNL Acquisition Prize nel 2021 (IG)
Articolo pubblicato su WU 138 (giugno 2025)
Tutte le foto nella pagina sono di Federica Belli





