SLAVOJ ZIZEK – THE PERVERT’S GUIDE TO UTOPIAS
Durante l’ultima Biennale Cinema a Venezia abbiamo avuto l’opportunità di conversare con Slavoj Zizek e Sophie Fiennes, rispettivamente “mattatore” e regista/montatrice del terzo capitolo della Pervert’s Guide, questa volta dedicato alle utopie
di Davide Colli
Ogni capitolo della vostra Pervert’s Guide è uscito in un decennio diverso: Ideology negli anni Dieci e Utopias negli anni Venti. Qui ho notato che l’idea di utopia è fortemente legata a quella della fine: la fine dei nostri tempi, la fine del cinema, i finali dei film selezionati. Perché avete scelto di affrontare proprio questo tema proprio adesso?
Sophie Fiennes: Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che ci troviamo in una sorta di grande momento catastrofico, una cerniera storica. In particolare in Europa, dove i politici hanno abbandonato quelle che pensavo fossero le nostre fondamenta etiche. Per questo mi interessa guardare all’idea della fine, ma cercando di andare oltre la fine. È per questo che ho messo l’apocalisse al centro del film. La fine dei film è sempre una fine, ma non c’è una vera fine della vita. C’è sempre qualcosa dopo.
Slavoj Zizek: È questo che dobbiamo cercare di comprendere. Utopias è in fondo un modo per far sentire le persone a proprio agio, suggerendo loro che ciò a cui andiamo incontro sarà qualcosa di positivo. Ma in realtà non è così. Non sosteniamo che l’utopia sia qualcosa di possibile o assoluto. L’utopia è distopia, perché gli esempi distopici sono molti di più. Anzi, se si guarda attentamente il film – cosa che io non faccio mai, anche se mi piace – ci si accorge che utilizziamo quasi sempre il termine “utopia” in senso negativo: “utopia anarchica”. Persino l’orgasmo di Jeanne Dilmann, in un certo senso, è una sorta di apocalisse: il punto zero che raggiunge.
Quindi c’è una sorta di rovesciamento del concetto di utopia?
SZ: Sì, completamente. Anche se mi considero comunista, seguo qui un vecchio motto anticomunista: quando cerchi di realizzare un’utopia, ottieni sempre un lato oscuro. Il terrore, lo stalinismo, l’utopia di un’economia gestita dallo Stato: sono tutti esempi di questo meccanismo.
SF: Vorrei aggiungere una cosa che nel film non abbiamo fatto emergere abbastanza: esiste anche una dimensione chiaramente utopica in molti film hollywoodiani che definiamo distopici. Pensiamo ai film sulle catastrofi mondiali. L’umanità si riunisce, oppure non esiste più il denaro perché la maggior parte delle persone è morta. Il risultato è quasi un sogno consumistico: entri in un supermercato e non c’è più nessuno. Lo avevamo già fatto in Ideology. Mi piace molto mescolare questi elementi.
SZ: La mia grande ossessione è che viviamo già in un’utopia. Ma io non definisco l’utopia come un paradiso: è semplicemente un mondo governato da determinate regole e valori. In questo senso, la nostra società è di fatto un’utopia. Per funzionare, però, ha bisogno di moltissime regole non scritte, oltre a quelle esplicite. I nostri sistemi non sono fondati soltanto sui valori ufficiali che dichiarano di avere. Pensiamo, per esempio, a Israele. Non si tratta più soltanto di fare ciò che gli Stati hanno sempre fatto di nascosto: torturare, reprimere, eccetera. La tragedia è che non abbiamo più nemmeno la segretezza. Per esempio, in Israele si discute pubblicamente di come torturare i palestinesi. È un dibattito perverso: bisogna uccidere soltanto gli uomini a Gaza oppure anche donne e bambini? Il punto è che non si tratta di un sussurro segreto. È qualcosa che viene detto apertamente. Ed è proprio questo l’orrore.
Ma cosa ci dice questo delle società che riescono a continuare a esistere anche quando queste cose vengono esplicitamente dichiarate?
SF: Io vivo a South London, nel sud-est di Londra. Mi guardo intorno e vedo un’utopia. Vedo una società completamente integrata, nel senso positivo del termine. Vedo la coesistenza di ogni tipo di persona e sono sinceramente stupito da ciò che è Londra. Poi apro i social media e vedo le forze più oscure, il denaro proveniente dall’America e da altri Paesi, che cerca di proiettare sui social immagini di violenza, discordia e sangue per le strade. E questo mi terrorizza. Il nostro film è una piccola risposta a tutto questo, un piccolo contrattacco. Non vuole fornire risposte definitive, ma spingere le persone a pensare criticamente. In un certo senso, vuole anche confondere. Non diciamo: «Viviamo in un casino e adesso vi spieghiamo come stanno le cose». È più: «Pensate di sapere cosa sta succedendo? Bene, noi vi mettiamo ancora più nel caos».
SZ: C’è qualcosa che abbiamo dimenticato. Penso a Heart of Darkness e a quei testi più antichi, quando le persone erano molto più critiche nei confronti dello status quo. Oggi ci viene continuamente chiesto di essere positivi. Anch’io sono sottoposto a questa pressione. Sembra quasi che non ci sia più permesso di pensare criticamente. Quando ero giovane, all’interno della tradizione marxista critica, la negatività era una cosa positiva. La positività rappresentava l’ordine, mentre la negatività significava sovversione. Oggi, invece, il termine “negatività” è direttamente associato alla distruttività, alla depressione, alla malattia. È piuttosto incredibile.
Come avete costruito il lavoro? Quanto dei monologhi è scritto e quanto, invece, improvvisato?
SF: Quando preparo il film, seleziono e lavoro su sezioni provenienti da diverse pubblicazioni e sui testi che Slavoj mi manda, ciò che sta scrivendo. Poi gli fornisco una sorta di area di discorso, di pensiero, e lui la sviluppa nel momento stesso in cui viene ripreso. Non c’è un vero e proprio copione.
SZ: È basato sui miei testi, ma nel momento in cui la macchina da presa è davanti a me succede qualcosa di diverso. Se vuoi una metafora, pensa a Goldfinger. C’è quella scena in cui James Bond guida e ha un pulsante rosso. Quando qualcosa non va, Sophie preme quel pulsante e il sedile mi catapulta fuori.
Rispetto agli altri capitoli, Utopias è molto più materiale e va oltre il cinema: ci sono materiali di reportage, The Handmaid’s Tale, contenuti di TikTok, immagini legate a un party di Kylie Jenner a tema. Pensate che oggi il cinema non sia più abbastanza in grado raccontare il nostro mondo e di mostrarne la realtà?
SF: Mi chiedo se non saresti d’accordo con me nel dire che la nostra stessa realtà sociale non è più in grado di raccontare una storia coerente. È un caos. Se nel cinema percepisci la stessa confusione, significa forse che il cinema non riesce più a raccontare la realtà. Eppure, paradossalmente, il cinema riesce ancora ad avvicinarsi alla realtà più della realtà stessa. Posso parlare soltanto da regista e da montatrice. Io monto personalmente i miei film e, durante il montaggio, scopri tutte queste tensioni interessanti tra registri differenti della finzione. Perché, in un certo senso, tutto è finzione. Quando guardi, per esempio, una parata militare cinese, quelle immagini sono già delle finzioni. Nel momento in cui inquadri qualcosa, diventa finzione. Quelle immagini sono costruite per la macchina da presa. Anche il documentario è una forma soggettiva. Quando punti una macchina da presa verso una porzione di spazio, stai facendo finzione.
Nella foto in alto: Slavoj Zizek in ‘The Pervert’s Guide to Utopias’, photo courtesy Biennale 83
Dello stesso autore
Davide Colli
CONTENTS | 14 Settembre 2026
BIENNALE 83 – I PREMI
CONTENTS | 8 Settembre 2026
BIENNALE 83 – SUCCEDERÀ QUESTA NOTTE
CONTENTS | 3 Settembre 2026
BIENNALE 83 – INK
CONTENTS | 26 Agosto 2026
I FILM CHE VEDREMO ALLA BIENNALE DI VENEZIA 83
CONTENTS | 5 Giugno 2026
CASTRATION MOVIE ANTHOLOGY AL SICILIA QUEER FESTIVAL


