SOLE DOSI – COSTRUIRE NUOVI MONDI
Tra techno, mitologia e immaginari naturali, la producer ravennate racconta il suo universo musicale, dalle nuove release su Art Bei Ton, Secta Collective e Vault Sessions fino al ritorno al Cocoricò
di Dario Buzzacchi
Tra deep techno, natura e mitologia, Sole Dosi ha costruito un universo sonoro in cui il dancefloor convive con una dimensione narrativa. Artista ravennate, con una formazione nella danza classica e nel pianoforte e una passione per il jazz nata tra i dischi ascoltati durante l’infanzia, porta nella techno un approccio personale, dove musica e immaginazione procedono insieme. La mitologia
greca, la natura e la voce diventano così parte di
un linguaggio che resta fisico, ma lascia spazio alla narrazione. Ad agosto è tornata al Cocoricò, un luogo che per un’artista romagnola ha un peso che va oltre la semplice dimensione del club. Con lei abbiamo parlato, oltre che del Cocoricò, di produzione, voce, mitologia e del rapporto tra immaginazione e club: e questo è quello che ci ha raccontato.
A luglio hai pubblicato A Space for Thoughts su Art Bei Ton. Come nasce questa uscita e che riscontro hai ricevuto?
Seguivo Art Bei Ton da molto tempo e mi sono sempre ritrovata nel suo universo sonoro, tra dub, psichedelia e deep techno immersiva. È una label più interessata a creare uno stato mentale che a rincorrere una formula da club. A Space for Thoughts appartiene a quel mondo. Ho ricevuto il supporto di altri artisti e l’ho suonata anche al Fold e al Wire Festival.
Dopo Art Bei Ton sono arrivati Dryade, Eurydice Has No More Words e How to Meet a Mermaid. Che filo lega questi lavori?
Con Dryade, su Secta Collective, torno a usare la voce dopo più di un anno. L’EP si allontana leggermente dalla componente più ipnotica per esplorare una dimensione più organica, psichedelica e narrativa, con paesaggi sonori mutevoli e melodie sospese. Il titolo rimanda alle Driadi, gli spiriti degli alberi. Eurydice Has No More Words, su Modern Minimal, nasce invece dal mio interesse per la mitologia greca e dal periodo in cui avevo smesso di usare la voce. Mi affascinava l’idea di Euridice sospesa tra due mondi, una sensazione che ritrovo nell’EP, tra profondità, atmosfere fredde e dettagli psichedelici. Anche l’uscita su Vault Sessions nasce dal contrasto tra immaginario fantastico e dimensione club. Mi piace il contrasto tra un titolo come How to Meet a Mermaid e il contesto di questa label. Da una parte c’è un immaginario quasi fiabesco, dall’altra una delle realtà più solide della techno europea. In fondo è proprio quello che cerco di fare con la mia musica, quando dico che voglio costruire mondi sonori di fantasia senza perdere quell’a- spetto più clubbing. Sapere che questo approccio è stato accolto da Vault Sessions è forse la parte che mi ha fatto sentire davvero soddisfatta.
Quanto cambia il tuo approccio quando lavori con label diverse?
In realtà non entro mai in studio pensando a una label specifica. Spesso ho molte idee confuse e cerco di seguire un’intuizione fino in fondo. Solo quando un brano è finito mi chiedo quale realtà possa comprenderlo davvero. Ogni label rappresenta una sfumatura diversa del mio percorso. Anche con Modern Minimal il lavoro è nato in piena libertà: non ho cercato di scrivere un brano che “suonasse Modern Minimal”, ho semplicemente mandato una traccia che sentivo apparte- nere a quel mondo.
Quanto conta la componente narrativa nella tua musica?
È fondamentale. Anche quando un brano è pensato per il club, non riesco a concepirlo come una semplice successione di elementi funzionali al dancefloor. Ho bisogno di immaginare una situazione, come se ogni traccia fosse la colonna sonora di un mondo che si crea nella mia testa. Per questo i titoli richiamano spesso mitologia greca, natura, dee e ninfe, oppure sentimenti vissuti in un determinato momento. Mi sono innamorata della musica elettronica sentendola in luoghi che evocavano la mitologia greca. E voglio che questo rimanga coerente nel mio percorso.
A dicembre uscirà Daisy Tool su Transitions, con una stampa in vinile prevista per il 2027. Che valore ha per te il formato fisico?
Non mi aspetto mai che una mia traccia finisca su vinile. Quando una label me lo propone, mi emoziona molto. C’è qualcosa di speciale nel vedere la propria musica trasformarsi in un oggetto che gli altri potranno tenere in mano anche quando non ci sarò più. Mi piace pensare che, anche tra molti anni, qualcuno possa prendere quel disco tra le mani, appoggiarlo su un giradischi e pensare che ero veramente matta a voler pubblicare musica del genere.
A Ferragosto sei tornata a suonare al Cocoricò. Per un’artista romagnola, cosa significa esibirsi in quella che è considerata La Mecca della musica elettronica del Paese?
Se ripenso alla ragazzina che ero, mi viene da sorridere. Non avevo ancora l’età per entrare al Cocoricò e i miei genitori non mi lasciavano uscire la notte. Mentre tanti miei coetanei erano lì, io passavo ore nella mia camera ad ascoltare musica e a immaginare quei luoghi. Era inimmaginabile pensare che un giorno sarei sa- lita proprio su quella consolle. Qui la mia famiglia viene a sentirmi suonare. Ci guardiamo negli occhi e non serve dire nulla. Sappiamo quanto sia speciale essere arrivati fin qui insieme. Perché quel sogno non è mai stato davvero solo mio.
Nella foto in alto: Sole Dosi
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Dario Buzzacchi
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