FRA! – I MONDI GIUSTI
Nei suoi doodle c’è spazio per tutti, a cominciare dai suoi fedeli, una nutrita compagnia di elementi e personaggi che lo accompagnano da sempre. Le sue creazioni sono universi paralleli e inclusivi, nati grazie alla sua creatività e alle regole che si è dato (e rispetta)
di Enrico S. Benincasa
Trovare un equilibrio tra elementi anche solo all’apparenza opposti è lo “sport preferito” di Fra!. Il doodle artist calabrese ama gli estremi e prova a farli convivere nel suo quotidiano e nei suoi progetti artistici, come per esempio Vuoto o Fra! a Tavola. Dopo 18 anni a Milano, ha da poco scelto di calarsi in una nuova dimensione di vita e di lavoro. Il legame con la città lombarda, però, proseguirà grazie a Studio Incastro, che ancora più di prima sarà la sua base milanese. Fra!, in ogni caso, continuerà a creare mondi giusti e inclusivi di diverse dimensioni. Perché non dobbiamo farci condizionare dalla grandezza di un’opera: se si seguono le regole stabilite, tutto torna.
Da pochissimo hai deciso di tornare a vivere al Sud anche se non nella tua regione di origine. Come hai maturato questa scelta?
L’idea di tornare l’ho sempre avuta, fin dal primo giorno che ho lasciato Altomonte, il paesino calabrese dove sono nato e cresciuto. La mia è stata un’esigenza personale, ma anche culturale. Sono arrivato a Milano a 18 anni e nei successivi 18 sono riuscito a trovare un equilibrio con la città grazie al mio rapporto con il sud. Ho cercato in più occasioni di fare incontrare questi estremi per esempio con Vuoto, progetto artistico con il quale ho portato dieci tra i miei colleghi a creare e confrontarsi proprio ad Altomonte, o con Studio Incastro, lo spazio inclusivo che ho aperto con Giulio Mosca e che continuerò a far vivere insieme alla mia compagna Barbara Scervo. Ora voglio trovare un nuovo equilibrio trasferendomi in Sicilia, a Caltagirone, cittadina di 25 mila abitanti con un’importante tradizione artigianale. Il legame con Milano, però, sarà presente grazie a Studio Incastro.

L’inclusività e l’incontro di realtà differenti sono concetti che rientrano spesso nei tuoi progetti, per esempio con Fra! a Tavola…
Anche Fra! a Tavola è un tentativo in quel senso: portare i piccoli artigiani della ce- ramica di un paesino come il mio in un progetto che ha visibilità in una città come Milano. È un progetto che continuerà, a maggior ragione ora che sono a Caltagirone. Il punto di incontro è legato all’accoglienza e al cibo: qual è il miglior modo per accogliere, se non la cucina? La sua forza è far incontrare gli estremi, come possono essere le realtà artigianali del Meridione e la cura dei dettagli tipica di una città. E Milano mi ha dato molto sotto questo aspetto, facendomi capire come sulla cura del dettaglio si gioca tutto.
La doodle art si sceglie o è la doodle art che sceglie te?
Direi la prima, ma bisogna contestualizzare. All’inizio del mio percorso ho scelto questo stile soprattutto per una questione tecnica: per fare doodle art bastano un pennarello e una base. Puoi farla ovunque, persino con il dito macchiato di caffè su un foglio di carta. Non basta però fare una scelta, bisogna portarla avanti e costruirla nel tempo. Per esempio, se non sei una persona ordinata – come non lo ero io agli inizi – non è il caso di lavorare con tanti colori. Usare solo il bianco e il nero mi ha semplificato la vita, tanto che i colori nei miei lavori sono arrivati solo successivamente.
Nella doodle art l’insieme può arrivare prima dei dettagli. Quanto è cambiato il tuo modo di interpretarla nel corso degli anni?
Le regole di base non sono cambiate e ancora oggi la faccio per tutti, senza limiti di contenuto e contenitore. Quello che ho sempre provato a fare con i doodle è rappresentare i mondi “giusti”, quelli in cui tutti gli elementi che disegno hanno lo stesso spazio a disposizione e la stessa libertà di movimento. E questi concetti riesco a inserirli con l’alternanza di tratti: con quello più spesso definisco la parità e il movimento, mentre con quello più sottile realizzo i dettagli che caratterizzano il singolo elemento. È una regola che ho sempre seguito e che porto dentro i miei workshop di doodle art. Chiunque può provare, funziona!
È una scelta che vale anche per i lavori su commissione?
Penso che la doodle art, rispetto ad altre tecniche e stili, sia tra quelle che in genere stanca meno e che piace a tutti. Ha un’allure molto commerciale perché sa esprimere bene un immaginario pop, ma senza per forza sacrificare quei dettagli che possono catturare l’attenzione di chi guarda quello che contiene un disegno, oltre al logo commerciale di chi l’ha commissionato. Nel confronto con immaginari strettamente commerciali ho sempre portato con me quelli che chiamo “i miei fedeli”, cioè tutti quegli elementi naturali come per esempio le montagne, gli alberelli, il mare e le rondini. Nessuno mi ha mai detto nulla e anche grazie a loro sono riuscito a lavorare in campi diversissimi senza dover rinunciare a creare questi mondi giusti. Probabilmente in alcuni lavori non ho portato questo concetto agli estremi, ma l’idea alla base è sempre la stessa.

Hai disegnato doodle su foglietti e su facciate di palazzi. Più è grande la superficie, più è difficile la sfida?
Più la superficie è grande, più è complicato e bisogna prepararsi. Facendolo da tanti anni, però, ho praticamente interiorizzato le grandezze dei vari tratti a prescindere dalle dimensioni. Cerco sempre di investire in attrezzatura e di non lasciare nulla al caso, pensa che per non avere problemi con i muri ho recentemente preso il patentino PLE, quello per le piattaforme! (ride, NdR) Alla fine, comunque, è solo una questione di rapporto e per capirlo appieno basta dare uno sguardo alla sezione “Doodle infinito” del mio sito: è una sorta di patchwork di doodle realizzati nel corso del tempo su superfici diverse e con grandezze differenti, ma in quel contesto appaiono come un disegno unico, dove ogni parte si incastra perfettamente con l’altra. Questo succede perché non hanno in comune solo lo stile, ma anche le regole grafiche. Nei “mondi giusti”, come quelli che provo a creare, il rispetto delle regole è fondamentale. Alle volte, quando disegno, ho la tentazione di non rispettarle, ma lo faccio lo stesso perché è necessario allo scopo.
All’evento dello scorso giugno per i 20 anni di WU e Les Garçons de la Rue hai disegnato su una tela in denim di Candiani. Avevi mai lavorato su una superficie del genere?
No. Avevo disegnato su altri tessuti, ma non su uno di questo tipo. I tessuti non sono supporti facili perché non sempre il tratto appare omogeneo come te lo aspetti. Davanti alla possibilità di disegnare su un prodotto di qualità come questo, però, non mi sarei mai tirato indietro! Scarabocchiarci sopra durante tutto l’evento è stato un onore.
Il tuo reel di recap del 2025 è stato decisamente denso. Siamo a poco più di metà anno: già ti immagini come sarà quello del 2026?
(ride, NdR) Sarà sicuramente denso anche questo! Negli ultimi anni ho comincia- to a percepire un certo stress quando devo scegliere i lavori da inserire. Mi piace farlo perché non è solo una celebrazione fine a se stessa, ma anche un modo per mostrare all’esterno cosa posso fare. Non c’è dubbio che quello di quest’anno sarà decisamente complicato da realizzare!
Intervista pubblicata su WU 139 (settembre 2026). Nella foto in alto: Fra!
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