CRISTINA LAZIC – L’ORA DELLA RACCOLTA
Dalla cultura analogica al suo progetto La Zic: Cristina Lazic racconta la nuova uscita “Idemo” e la sua evoluzione tra minimal e club culture
di redazione di WU
Oggi Cristina Lazic e Francesco Mami pubblicano Idemo su FOLDER, label di Lisbona fondata da Parallèlle e Mâhfoud, con la voce della cantante serba Milica Smith. Il progetto nasce in uno spazio creativo che mette in relazione musica, cultura analogica e discipline diverse.
Più che una semplice etichetta, FOLDER è una piattaforma che abbraccia la cultura analogica, connette gli appassionati di vinile e sviluppa eventi e progetti mixed media. Una visione affine a Lazic e Mami: Cristina è collezionista di vinili e appassionata di minimal rumeno, mentre Francesco è cofondatore di Gluten People, progetto vinyl-only dedicato al disco come oggetto culturale.
Idemo, in serbo “andiamo” o “dai”, nasce dal groove e si costruisce attorno a batteria, basso e voce. Per Lazic, la collaborazione con Mami è stata anche l’occasione per allontanarsi dai suoi abituali elementi dreamy e deep, lavorando su un suono più diretto e orientato al dancefloor.
Nell’intervista, Cristina racconta la genesi del brano e parla dell’evoluzione di La Zic come label, community e progetto curatoriale, del rapporto tra musica, moda e design e della ricerca di un suono sempre più autentico.
Ciao Cristina, e benvenuta su WU Magazine
Idemo nasce dalla collaborazione con Francesco Mami e dalla voce di Milica Smith: qual è stata l’origine del brano e come si è sviluppata la sua identità durante il processo creativo?
Sia con Frankie che con Mili siamo amici da tanti anni. Con Frankie avevamo già pubblicato tracce anche su Bedrock, l’etichetta di John Digweed, e lui ha remixato musica uscita sulla mia label: condividiamo un’identità minimal e la stessa cultura underground, cresciuti entrambi musicalmente a Londra. Abbiamo iniziato a comporre Idemo partendo dal groove, e solo una volta consolidata questa base abbiamo aggiunto il vocal. Frankie è stato bravissimo a mostrarmi una nuova prospettiva di produzione, allontanandomi dai miei soliti elementi dreamy — pad melodici, synth, vocal molto delayati ed effettati con tanto echo — per dare al pezzo un taglio più da dancefloor. È proprio nella semplicità dell’arrangiamento, con il vocal che prevale sul resto, che siamo riusciti a ottenere qualcosa di energico e divertente. Milica è un’amica che conosco da almeno quindici anni, da quando entrambe lavoravamo nel mondo dell’editoria musicale a Milano – anzi, ha preso lei il mio posto in Curci/Carosello, la mia prima esperienza lavorativa, quando a ventun anni ho lasciato l’azienda per ritrasferirmi a Londra per il mio master a LSE. Quando stavamo sviluppando la traccia, Frankie ha avuto l’idea di uscire dagli schemi e coinvolgere una lingua diversa dall’italiano o dall’inglese: è venuto fuori il serbo, la lingua di Marko, mio marito, da cui ho preso anche il mio nome d’arte. Mi è venuta in mente subito Milica, che si è buttata con entusiasmo nella scrittura – anche lei ha una sua labe, ma più orientata al pop – e ci ha consegnato un testo perfetto, catchy fin da subito. È stato tutto sorprendentemente semplice.
Come avete trovato un linguaggio comune tra la tua sensibilità, quella di Francesco Mami e la voce di Milica Smith?
In modo molto naturale. Io e Frankie abbiamo una sensibilità musicale simile ma abbiamo approcciato la scrittura da angoli diversi, il che ha reso il progetto equilibrato fin dall’inizio: entrambi appassionati di minimal ipnotico e groovy, trovare un linguaggio comune è stato semplice. Poi c’è la lingua della traccia, il serbo: “idemo” significa “andiamo, let’s go”, un messaggio positivo che invita a guardare al futuro senza paura, ad andare avanti — samo napred, solo avanti — nonostante le difficoltà. Ci siamo ritrovati tutti nel voler trasmettere un messaggio felice, e speriamo che chi ascolta il brano lo senta.
Idemo è un brano da dancefloor, ma conserva una dimensione calda e quasi intima. Quanto è difficile trovare questo equilibrio?
Ammetto che è un equilibrio difficile, ed è qualcosa su cui mi sto concentrando negli ultimi due anni. Da un lato conservo il mio lato dark, minimale e deep, con tracce pensate per opening, closing, tramonto o alba; dall’altro, suonando sempre più spesso in peak time e in party di brand più housy, è emersa la necessità di scrivere qualcosa di più da dancefloor — perché a me piace suonare le mie produzioni. Chi mi segue avrà forse notato questo mood meno deep e più housy in tracce recenti come Watch The Time, Cabeza e That’s Right. Per Idemo è stato lo stesso: con Frankie abbiamo lavorato su una bassline più gioiosa rispetto ai miei toni abituali, con meno pad e synth melodici e con dei giochi sul vocal per renderla più ballabile.
La release esce su FOLDER, un’etichetta molto legata alla cultura del vinile e dell’analogico. Quanto sentite affine questa filosofia al vostro modo di lavorare?
Molto: sia io che Frankie portiamo avanti progetti underground con molta attenzione all’analogico e uscite in vinile – lui con Gluten People, io con La Zic – e ci piace sentire le macchine, produrre con i sintetizzatori, toccare i dischi con mano e vivere davvero la parte analogica. Per me è quello che fa la differenza: si riconosce subito quando un producer conosce il mondo analogico e il collezionismo. Non è una questione di arroganza o esclusività, ma di cultura – è quella componente lì a far uscire qualcosa di vero e di qualità, che anche chi ascolta riesce a percepire e apprezzare.
Nel tuo percorso sei passata dal marketing alla musica e, parallelamente alla tua attività artistica, hai costruito La Zic. Quanto il tuo background professionale continua a influenzare il modo in cui affronti la tua carriera musicale?
Quasi totalmente, perché metto la professionalità e l’etica prima di ogni altra cosa. Dal mio percorso precedente mi porto dietro la capacità di procedere in maniera metodica, con strategia, consapevole che le cose non accadono da un giorno all’altro — e la capacità di comportarmi in maniera professionale senza mai elemosinare attenzione o inseguire la ribalta, un atteggiamento che purtroppo vedo spesso in questa industry. Dal mondo tech, invece, ho imparato quanto conti il lavoro di squadra, celebrare gli altri, avere una visione e metterla in pratica con leadership. Provo ad applicare questo approccio ogni giorno: pubblichiamo musica di artisti in cui credo, con un mindset simile al mio — che si danno da fare, talentuosi, ma anche brave persone con dei valori; l’academy insegna le basi del marketing e dello storytelling in modo autentico, per aiutare gli artisti a costruire una storia vera invece di inseguire gli algoritmi o il successo del momento; gli eventi sono focalizzati al cento per cento sulla community. Non nascondo che pormi in modo così professionale a volte disorienta le persone e mi ha fatto sentire un’outlier — molte cose in questa industry succedono dietro la console, e da mamma non ho molto tempo per girare da un party all’altro. Ma credo che avere il mindset giusto aiuti nel lungo periodo e apra porte che altrimenti resterebbero confinate alla sola music industry.
Guardando alla tua evoluzione come artista, quali aspetti della tua ricerca musicale senti di voler approfondire nei prossimi anni?
Il lato da “curator”: vorrei attivare radio show e listening party a Milano. E poi unire il mondo della musica a quello della moda e del design — da milanese, voglio continuare a creare eventi curati dalla label che facciano da ponte tra questi mondi, penso a Lunar Boot con Le Dangerouge o a La Zic x Wideyes con le esposizioni di design, che si è appena tenuto in Puglia. Voglio portare avanti questo, insieme al “solito”, cioè le feste underground nei locali che amo, come Fabric, Les Enfants e Tomodachi: sono due mondi diversi che però mi rappresentano entrambi, uno più underground, l’altro più creativo, a cavallo tra moda e design. Anche la curation musicale per il cinema e per l’hospitality è una strada che mi piacerebbe esplorare. E vorrei che La Zic crescesse secondo un modello “UK”, diventando una sorta di Fuse o Solid Grooves, con una residency a Ibiza e magari qualche direzione artistica per festival o realtà che amo.
A novembre torni in Inghilterra per suonare a Eastenderz al Warehouse Project di Manchester. Da ex expat nel Regno Unito, che significato ha per te tornare lì attraverso una realtà così importante per la club culture britannica?
Il mio rapporto professionale con Chase (EED) è nato quando gli ho lasciato un vinile di La Zic al Sunwaves nel 2024, mentre suonava. Otto mesi dopo sono andata a sentirlo a Londra: il suo team mi ha notata e lo ha avvisato, e lui in seguito mi ha scritto per dirmi che aveva ascoltato il disco, apprezzava la mia musica e il lavoro che stavo facendo con La Zic, e voleva bookarmi. Non ci potevo credere! Da lì una serie di date con Eastenderz — prima Amnesia, poi Hï Ibiza, ADE, Printworks, Tenerife, e ora il Warehouse Project. È proprio l’approccio inglese al clubbing: mi sono proposta lasciando parlare la musica, e oggi, grazie a Eastenderz, mi ritrovo a suonare nelle realtà più belle del Regno Unito. È un’emozione unica, perché dimostra che in questa scena le cose possono avvenire in modo meritocratico, dove la musica viene prima di tutto.
Sei coinvolta nel Parenthood Committee di shesaid.so: cosa deve cambiare nel settore musicale per renderlo più compatibile con la genitorialità?
Tanto. Mi piacerebbe portare mia figlia con me a diverse date, ma dal post-Covid è più difficile: i promoter si assumono meno rischi sui viaggi degli artisti, e i costi ricadono su di noi. È comprensibile, ma rende tutto più complicato dal punto di vista logistico — servirebbero promoter più aperti all’idea che un artista si presenti con i figli, magari offrendo un servizio di child care. E poi ci sono cose che restano immutate: ho perso opportunità in line-up importanti perché non ero andata a fare networking ai party giusti, e mi è stato quasi rimproverato di non esserci stata. Ma quando hai dei figli certe cose le devi evitare per forza, per dedicare tempo ed energie a loro. È un aspetto su cui vorrei si creasse più spazio per gli artisti-genitori — e non è un caso che Idemo sia una collaborazione tra tre genitori, io, Frankie e Mili: per me è una cosa bellissima.
La Zic è nata come label e piattaforma, ma sta sviluppando anche una dimensione di community. Qual è il tipo di ambiente che vuoi costruire attorno al progetto?
La community è parte integrante di La Zic. Abbiamo un gruppo WhatsApp con più di sessanta artisti che hanno seguito l’academy, tra corsi e coaching, ed è attivissimo: ci si supporta a vicenda, e ci sono artisti che si sono conosciuti lì e che ora collaborano su musica o progetti insieme. A breve faremo un revamp dell’academy per renderla più semplice da fruire e aggiornarla con contenuti freschi. All’ADE, come lo scorso anno, ci sarà un momento dedicato alla community — così come lo sono stati l’evento di lancio del Lunar Boot, fabric London e Tomodachi a Ibiza. In un mondo dove le fazioni e le divisioni sembrano moltiplicarsi, mi dà una gioia immensa vedere che, in modo del tutto organico e per amore dello stesso genere musicale, si sia creata una community di migliaia di persone (perché siamo seguiti da ormai più di 7000 persone, su tutte le varie piattaforme!) che condivide i nostri valori. È questo che mi motiva a continuare il progetto, forse la parte più preziosa di tutte — e ci saranno tante novità in arrivo su questo fronte.
C’è una differenza tra la musica che ami ascoltare, quella che ami suonare e quella che senti il bisogno di produrre?
Sì, senza dubbio. Amo suonare musica groovy, spesso housy ma con un tocco progressive, mentre le mie tracce sono più deep, meno housy, più dark e dreamy. Ultimamente, non nascondo, mi sono ritrovata a produrre sia musica che amo sia musica pensata per entrare in alcune label di riferimento — e questo è stato quasi un errore: la maggior parte di quelle tracce non ha portato risultati, raramente sono state firmate, ed è stata energia sprecata. Sono invece le tracce che sento più vere e più mie che hanno portatoi risultati più importanti: ad esempio i Deep Dish hanno incluso un mio remix di un pezzo di Casper Schulz, uscito su La Zic, nella prestigiosa compilation Global Underground 49. Sono risultati che arrivano sempre dalla musica che sento più mia, mentre gran parte delle tracce prodotte per accontentare altri o altre label sono rimaste inutilizzate. Penso sia una fase che molti artisti attraversano, e che mi ha fatto crescere molto: mi ha fatto capire che devo credere nel mio sound. Sia perché La Zic sta ottenendo risultati organici veramente soddisfacenti — penso all’Hype Label of the Year di Beatport — sia perché lo trovo più allineato ai DJ e alle situazioni che rispetto di più. Sono appena tornata dall’Houghton Festival, dove ho partecipato solo come raver, non per suonare, che mi ha confermato che minimal e deep sono la mia strada: ho amato Jane Fitz, ipnotica e a bpm bassissimi, un po’ alla Barac, e Frank Haag e Dresden – artisti davvero incredibili.
C’è un artista con cui non hai ancora collaborato e con cui senti che potrebbe nascere qualcosa di interessante?
Raresh è senz’altro l’artista con cui vorrei collaborare. Il suo sound è elegantissimo — parola che mi viene spesso associata quando suono — quindi mi ritrovo molto in quello che fa: una selezione minimale, ricercata, deep, con un tocco progressive, simile alla mia. L’ho ascoltato innumerevoli volte e non mi stanco mai di farlo. Mi piacerebbe che ascoltasse la mia musica, e magari nascesse un b2b o una collaborazione in futuro.
Se dovessi descrivere il momento attuale di Cristina Lazic senza parlare di numeri, release o club, quale sarebbe la parola che useresti?
Direi “Raccolta”. Ho finalmente raggiunto una confidenza che, per una donna un po’ insicura come me, non era scontata. Con la mia label ho avuto tante conferme, anche sulla direzione da prendere. Ora che ci credo per prima io, è arrivato il momento di iniziare a raccogliere quello che per quasi dieci anni — a novembre — ho seminato, con lavoro, passione e cura.
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