BIENNALE 83 – INK
Il film di apertura di questa Venezia 83 è l’ultimo lavoro di Danny Boyle riguardo l’ascesa del giornale scandalistico inglese The Sun con la guida editoriale di Larry Lamb (Jack O’Connell) e sotto il comando di Rupert Murdoch (Guy Pearce)
di Davide Colli
L’incipit di Ink vede le silhouette inchiostrate di Larry Lamb e Rupert Murdoch diventa progressivamente colore organico e palpabile, mentre il secondo prova a convincere il primo, giornalista ancora sottomesso alla volontà delle grandi redazioni, a capitanare il team editoriale dell’ultimo acquisto del magnate australiano, il giornale allora reietto “The Sun”. Lo fa elencando le cinque W del giornalismo: who, what, where, when, why.
Per la prima vengono chiamati in causa due interpreti, Jack O’ Connell e Guy Pearce, che gigioneggiano nei loro personaggi, specialmente il primo, chiamato a vestire i panni di un uomo dalla morale quasi inesistente, disposto a tutto per diventare il numero uno nel suo mestiere. A questi si unisce il regista, Danny Boyle, che decide di dare un taglio stordente al racconto grazie a messa in scena ipercinetica talvolta fin troppo autocompiaciuta.
Il “cosa” è presto detto: Ink è la classica storia di ascesa dove lo sfrenato turbocapitalismo ha la meglio sulle volontà dei singoli, distorte dal loro desiderio di successo. Una scelta comunque felice per aprire il festival con un trascinante crowdpleaser. Anche il “dove” e il “quando” sono subito esplicitati, ovvero la Fleet Street, cuore pulsante del giornalismo britannico a Londra, del 1969 (anche se nel finale si salta in avanti di più di un decennio, con tanto di cameo tatcheriano in stile cinecomic).
Forse il vero problema dietro Ink si trova nell’ultima W, why: il perché dietro un fatto di cronaca, come dice Lamb, è il meno interessante poiché, una volta svelato, toglie fascino alla stesso. Eppure dal primo momento anche lo spettatore meno smaliziato ha già compreso non solo la direzione di questa parabola (con tanto di deriva moralizzante che subentra nel secondo tempo), ma anche le intenzioni dei personaggi, fin da subito lampanti ed espresse a pieni polmoni dagli stessi protagonisti.
Proprio questa contraddizione interna affossa il senso di Ink, che rimane un’operazione troppo costruita, dalla prima soluzione visiva virtuosa fino all’ultima punchline a servizio dell’intrattenimento del pubblico.
Nella foto in alto: Guy Pearce (Murdoch) e Jack OConnell (Lamb) in ‘Ink’ di Danny Boyle, foto di Anthony Dickenson
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